Sei mesi di attesa per una vendetta che non conosce fretta: il dramma di una famiglia intrappolata in un ciclo di sangue #Camorra #Vendetta
Immaginate una storia di ombre e risentimenti, dove il tempo non è un nemico ma un alleato per chi trama nella silenzio. La vendetta della famiglia Avventurato contro Pasquale Tortora non fu un atto impulsivo, bensì un piano che si dispiegò lentamente, come un velo di nebbia che avvolge le strade del territorio campano, intrecciando destini e paure in una rete invisibile ma inesorabile.
Per Bruno e Giancarlo Avventurato, la morte del loro familiare Giuseppe non era solo una perdita: era un’ingiustizia che urlava vendetta. Secondo i racconti dei collaboratori di giustizia, come Cosimo Nicolì, questi sei mesi di attesa furono segnati da un’ossessione crescente, un bisogno di riequilibrare il bilancio del sangue con precisione chirurgica. Non era rabbia cieca, ma una strategia calcolata, che ci fa riflettere su come, in certi ambienti, la vendetta diventi un rito gelido e premeditato, toccando le vite di intere comunità.
Le prime avvisaglie di questo dramma si consumarono in riunioni segrete tra Afragola e Acerra, luoghi dove la normalità della vita quotidiana si scontra con l’invisibile minaccia della criminalità organizzata. Cosimo Nicolì, uno dei testimoni chiave, descrive quegli incontri come momenti carichi di tensione: i fratelli Avventurato, insieme ad altri, discutevano apertamente della necessità di agire, ma con una regola ferrea. “Tutti manifestarono la voglia di vendicarsi”, ricordò Nicolì, eppure Bruno bloccò i più impulsivi, dicendo “È troppo giovane per rovinarsi la vita” a chi si offriva come esecutore, e insistendo che “Non voleva che l’omicidio fosse ricollegato direttamente agli acerrani”. Questa scelta, così meticolosa, evidenzia come la camorra sappia mescolare emozioni umane con una freddezza strategica, protendendo le sue radici nel tessuto sociale.
Man mano che il piano prendeva forma, entrò in scena Alessio Galdiero, un uomo alla ricerca di un’opportunità per rientrare nei giri locali. Senza accordi economici espliciti, lui e Angelo Di Palma furono reclutati come killer esterni, con gli Avventurato che fornirono armi e supporto. Giancarlo Avventurato lo confermò con chiarezza: “Fu Nicoli a indicare Di Palma e Galdiero come possibili killer. Le armi le abbiamo messe a disposizione noi come gruppo Avventurato”. I giorni successivi videro sopralluoghi minuziosi, con Galdiero e Di Palma che studiavano le abitudini di Tortora, individuando luoghi come un bar a Casalnuovo o la zona vicino a casa sua. “Erano tre i luoghi frequentati dal Tortora in cui si poteva fare l’omicidio”, spiegò Nicolì, e alla fine, la scelta cadde su un momento quotidiano: il rientro a pranzo, un tocco di umanità che rende questa storia ancora più inquietante, mostrando come la violenza possa infiltrarsi nei ritmi ordinari delle persone.
L’attesa, però, fu il vero tormento. I killer si nascosero in un appartamento ad Acerra, supportati da una rete di aiuti, ma i ritardi accumulati logorarono i nervi. “Si lamentò di questa attesa prolungata”, raccontò Nicolì di Galdiero, con rassicurazioni che continuavano a slittare: “Si farà domani”. È qui che emerge un lato umano di questa vicenda, la frustrazione che erode anche i più determinati, facendoci pensare a come tali dinamiche non colpiscano solo i protagonisti, ma incidano sul territorio intero, dove ogni ritardo potrebbe significare una comunità in bilico.
Infine, il 20 maggio 2020, il piano scattò con la precisione di un orologio. Diversi “specchiettisti” seguirono i movimenti di Tortora, e Giancarlo Avventurato ammise: “Lo specchietto lo abbiamo fatto.io, Andrea Aloia e Pasquale Di Balsamo”. Quando Tortora fu avvistato sulla sua Mercedes, il segnale partì, e Galdiero sparò. “Alessio richiamò dicendo che era tutto a posto: Tortora era stato ammazzato”. Bruno Avventurato, descritto come la mente dietro tutto, orchestrò ogni dettaglio, dal reperimento delle armi alla logistica, confermando “È la vera mente dell’assassinio, si è occupato di tutta l’organizzazione e di tutta la logistica”.
Questa non è solo la cronaca di un omicidio, ma un riflesso di un sistema criminale che si nutre di pazienza e pianificazione, influenzando le vite di chi abita questi luoghi e ricordandoci quanto la vendetta possa essere un’eredità velenosa per le comunità.
