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Cronaca

Scampia, clan Raia nel mirino della DDA: oltre 239 anni di carcere richiesti per sette indagati

Scampia, clan Raia nel mirino della DDA: oltre 239 anni di carcere richiesti per sette indagati

A Napoli, nel palazzo di giustizia, entra nel vivo il maxiprocesso che prende corpo intorno al clan Raia e alla sua rete operativa nel rione Scampia. Quindici imputati, una lunga inchiesta alle spalle e una requisitoria della Dda che accompagna le richieste di pena: complessivamente 239 anni, un mese e quattro giorni di reclusione.

Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, l’inchiesta, partita nel 2019, è stata costruita su intercettazioni, riscontri investigativi e le dichiarazioni di sei collaboratori di giustizia, tra cui Gennaro Notturno, noto come “Saracino”, e Luigi Rignante. Le conversazioni ascoltate hanno permesso ai pubblici ministeri di delineare una organica architettura interna: una catena di comando, riferimenti operativi sul territorio e ruoli che si susseguono dalla logistica all’attività sul campo.

Al centro dell’azione accusatoria ci sarebbe il controllo di due piazze considerate chiave per l’equilibrio criminale di Scampia: Chalet Bakù, in particolare i lotti T/A e T/B, e l’Oasi del Buon Pastore, nell’area del lotto R. L’indagine sostiene che il gruppo avrebbe strutturato una rete di spaccio dove la gestione, l’approvvigionamento e la vendita erano assegnate a تیم dedicati, con l’obiettivo non solo di profitti ma anche di assicurarsi una presenza stabile e la capacità di condizionare i concorrenti.

La requisitoria della Procura ripercorre, inoltre, altre dimensioni del fenomeno illecito: estorsioni, traffico di armi e l’uso di telefoni cellulari riciclati dai detenuti per mantenere i contatti con gli affiliati liberi. Non solo: tra le contestazioni emerge anche la gestione degli alloggi popolari, descritta come strumento per consolidare il radicamento territoriale e, potenzialmente, per inserire affiliati in contesti abitativi strategici. Le ricostruzioni delineano un sistema capace di resistere a arresti e misure restrittive grazie a una struttura di coordinamento capace di far confluire risorse e decisioni.

La parte più pesante dell’elenco delle pene riguarda sette imputati destinatari di richieste di vent’anni di carcere ciascuno: Costantino Raia, Francesco Raia, Patrizio Raia, Carmela Ruggiero, Pietro Gemito, Vincenzo Gemito e Francesco Esposito. A loro si aggiungono Antonio Garzia con 18 anni e otto mesi, Giovanni Raia con 18 anni, Luigi Ruffo con 13 anni e quattro mesi, e quattro altri soggetti a 12 anni ciascuno: Pasqualina Raia, Salvatore Russo, Massimiliano Parlato e Ciro Gabriele. Per Tommaso Rusciano la pena chiesta è di 13 mesi e 4 giorni. La somma totale, come detto, arriva a 239 anni circa di reclusione, ma resta fermo che si tratta di richieste e non di condanne definitive: la responsabilità penale di ciascun imputato sarà accertata nel corso del dibattimento, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza.

L’indagine ha mostrato una cornice temporale che va oltre il ruolo di singole persone: i rapporti tra il gruppo Raia e altre realtà camorristiche della zona nord di Napoli, con riferimenti al clan Amato-Pagano e a precedenti alleanze e rivalità. Il quadro descrive anche una gerarchia interna che assegna ruoli specifici agli affiliati, dai vertici alle persone impegnate nelle piazze, fino a chi curava la gestione quotidiana delle attività illecite. Tra i nomi rilevanti spiccano Costantino, Francesco, Patrizio e Giovanni Raia a capeggio della rete, mentre altri figure operative come Massimiliano Parlato, Massimo Dannier e Massimiliano Gemito emergono come riferimenti chiave per le piazze di spaccio e per la logistica.

Resta ora al Tribunale di Napoli valutare le responsabilità individuali, verificando la fondatezza di ogni addebito e distinguendo chiaramente tra fatti accertati, ipotesi investigative e eventuali sviluppi futuri. L’auspicio è che la fase dibattimentale possa offrire chiarezza sulle dinamiche descritte, senza pregiudicare la garanzia della giustizia né il rispetto delle vittime e dei diritti di tutti i soggetti coinvolti.

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