Pregiudizi e violenza di genere: Napoli prova a mettere al centro la vittima, non il processo alle sue ragioni
A Napoli, ieri, una magistrata ha richiamato l’attenzione su un aspetto cruciale delle denunce di violenza sessuale: la vittima non deve giustificarsi, né subire la logica del dubbio che, ancora troppo spesso, accompagna i procedimenti. L’intervento è arrivato durante il quarto incontro del corso di formazione Riconoscere, prevenire e contrastare la violenza di genere, dedicato a smontare i pregiudizi radicati nel linguaggio e nelle prassi giudiziarie.
L’iniziativa si è svolta nella Sala Arengario del Palazzo di Giustizia di Napoli, promossa dall’Osservatorio distrettuale contro la violenza di genere, frutto della collaborazione tra la Procura Generale, la Corte d’Appello di Napoli e la cooperativa EVA. L’obiettivo è offrire strumenti concreti a giudici, avvocati, medici e operatori per evitare di rivittimizzare chi denuncia violenza sessuale.
Secondo la relatrice, la cornice normativa non è l’unico spazio in cui è necessario intervenire: il codice penale, che richiama l’indagine sull’imputato, non può diventare scusa per spostare l’attenzione dalla condotta dell’autore. L’analogia è chiara: chiedere alla vittima perché fosse presente in quel luogo o perché non abbia opposto resistenza è una lettura fuorviante che distorce la realtà dei fatti.
La presidente ha puntato l’indice anche sui circuiti della credibilità: in molte aule si tende a dare per scontato il consenso o si dubita della parola della vittima, alimentando una dinamica in cui la donna deve dimostrare ciò che ha subito. Le riflessioni richiamano le pronunce della Cassazione, della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo, che hanno più volte sottolineato l’urgenza di un cambio di paradigma.
Tra i nodi discussi, i cosiddetti miti dello stupro: stereotipi culturali che orientano l’interpretazione degli autori a scapito di chi denuncia, concentrando l’attenzione su ciò che la vittima avrebbe potuto fare o non fare invece di analizzare la condotta dell’aggressore. Il tema è stato affrontato anche da figure professionali impegnate in reti di aiuto e protezione.
La psicologa Anna Maria Scapicchio ha evidenziato quanto la dimensione di potere sia alla base della violenza sessuale e quanto sia ampia la gamma delle conseguenze psicologiche, che possono manifestarsi anche senza segni evidenti sul corpo. Trauma, depressione, disturbi alimentari e dipendenze rientrano tra le possibili ricadute, indipendentemente dal decorso fisico immediato.
Un punto centrale è stato quello dell’accompagnamento iniziale delle vittime: l’importanza di una prima accoglienza rispettosa per evitare il rinvio di nuove ferite durante gli accertamenti. La ginecologa Alessandra Kustermann ha illustrato cautele e buone pratiche per “raccogliere il racconto dei fatti senza ritraumatizzare”, sottolineando che spiegare ogni passaggio e la finalità delle procedure può restituire alle persone un senso di controllo.
Francesca Jannaccone, medico legale dell’AORN Santissimo Rosario di Benevento e referente di una rete antiviolenza, ha posto l’accento su un protocollo che coinvolga tutto il personale sanitario e di pronto soccorso: l’accoglienza non è semplicemente un primo contatto, ma l’inizio di una linea di cura che mira a contenere il trauma e a proteggere i diritti della persona.
Lella Palladino, fondatrice della cooperativa EVA che ha guidato l’incontro, ha concluso richiamando le conseguenze di un approccio basato sul sospetto: spesso l’iter diventa invasivo e rivittimizzante, e si rileva segnalatamente meno del 40% dei casi la presenza di segni clinici della violenza, uomo e donna, bambini compresi.
In chiusura, la presidente Di Nicola Travaglini ha chiesto ai professionisti presenti di non fermarsi all’empatia personale: serve una rete di centri antiviolenza capace di accompagnare la vittima lungo tutto il percorso, per evitare che l’attenzione si perda nel processo stesso. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, l’obiettivo è costruire un sistema più responsivo, capace di porre al centro la dignità della persona che denuncia.
