Napoli, una rete criminale ha trasformato il desiderio di compagnia in un business crudele: cuccioli di piccola taglia, documenti falsi e medicine pesanti per coprire la morte precoce. La ricostruzione dell’indagine, coordinata dalla Sezione V Ambiente della Procura della Repubblica e svolta dai carabinieri del Nucleo CITES, mostra una macchina organizzata capace di muoversi tra tre rivendite cittadine e quattro negozi verificati, con un giro d’affari illecito stimato in decine di migliaia di euro e decine di complici a piede libero. L’indagine ha portato all’arresto di cinque persone: tre in carcere e due ai domiciliari, mentre la pubblica accusa continua a valutare altre posizioni all’interno della rete.
Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, l’origine del sistema risiede in una pianificazione che dalla commercializzazione all’ingrosso porta a una vendita al dettaglio spietata. L’immagine drammatica di un cucciolo abbandonato per strada ha dato avvio ai sospetti degli investigatori, che hanno incrociato targhe di veicoli sospetti, denunce pregresse e segnalazioni per mettere a fuoco un sodalizio familiare, affiancato da un importatore di animali provenienti dall’Est Europa. Dietro l’apparente etichetta di “pura razza certificata” e “mini toy” si celavano documenti falsificati, passaporti stranieri e libretti sanitari compilati a mano, con attestati di pedigree apposti senza alcuna qualifica veterinaria.
L’approccio criminale è stato definito da una procedura quasi industriale: gli animali, spesso acquistati a bassissimo costo in età tenerissima, venivano poi presentati agli acquirenti come esemplari vaccinati e perfettamente in salute. Non era raro che i cuccioli arrivassero in condizioni igienico-sanitarie gravemente compromesse: infezioni, parvovirosi, cimurro e Giardia emersero tra i sintomi di una vita in viaggio sul filo della sopravvivenza. Per mascherare i segni dello stato di salute precario e concludere la vendita, l’organizzazione ricorreva a una terapia farmacologica abusiva di sostegno, somministrando antibiotici e antinfiammatori come Stomorgyl, Bentelan e Rocefin. Il trucco, tuttavia, non impediva al peso della verità di emergere: molti cuccioli morivano entro pochi giorni dall’acquisto, lasciando famiglie incredibilmente provate e raggirate.
Il contesto economico era studiato per eludere controlli: pagamenti in contanti o su carte prepagate intestate a prestanome, senza rilascio di ricevute, e mancato rilascio del microchip obbligatorio. Il “servizio clienti” non aveva pietà: quando i cuccioli morivano o si ammalavano gravemente, le risposte variavano tra minacce, accuse di incompetenza ai veterinari consultati dai clienti e rifiuti di rimborso fondati sulla mancanza di tracciabilità. In alcuni casi estremi, ai proprietari veniva proposto di sostituire l’animale morto previo pagamento di ulteriori somme.
La prova scientifica è stata fornita dall’Università degli Studi di Napoli “Federico II”: autopsie e perizie anatomopatologiche sui cadaveri hanno dimostrato l’incoerenza tra l’età dichiarata sui documenti e lo stato di salute reale dei cuccioli, confermando che la morte era la conseguenza diretta delle condizioni di viaggio, della detenzione promiscua e della gestione dell’intera associazione a delinquere. Le analisi hanno quindi rafforzato l’impianto accusatorio, offrendo una cornice scientifica al quadro investigativo.
Resta però aperta la cornice delle responsabilità più ampie: oltre alle persone destinatarie delle misure cautelari, sono emersi decine di indagati tra complici e sodali, e restano da chiarire i rapporti con fornitori esteri e altri attori della filiera. L’esito dell’indagine, al momento, indica una ferrea esigenza di vigilanza sulle condizioni di vendita di animali e sulla tracciabilità delle transazioni, per impedire che il dolore degli animali diventi merce di scambio e profitti illeciti.
Fonte: www.cronachedellacampania.it.
Titolo originale: Napoli, ecco come funzionava la truffa dei cani: falsi pedigree, imbottiti di farmaci e venduti moribondi.
