Reati ambientali: la Campania resta al vertice, ma la fotografia nazionale è una mappa di luci e ombre
La Campania si conferma al primo posto tra le regioni italiane per illegalità ambientali nel 2025, ma l’andamento generale del fenomeno è tutto fuorché lineare. I dati mostrano una riduzione complessiva dei reati rispetto al 2024, accompagnata però da una crescita degli illeciti amministrativi e da una concentrazione ancora consistente di attività illegali legate ai rifiuti e alle dinamiche di mercato opache. In questo scenario, la Campania resta al centro di un’istantanea nazionale che mette in evidenza sia la diffusione del fenomeno sia la difficoltà di arrestarne la crescita in modo uniforme su tutto il territorio. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la regione chiude il 2025 con 5.636 reati contestati—pari al 15,8% del totale nazionale.
A livello globale, il quadro tracciato dal rapporto Ecomafia 2026 di Legambiente segnala una rilevante evoluzione: i reati ambientali in Italia sono scesi a 35.735, meno 12% rispetto al 2024, nonostante siano stati effettuati oltre 1,4 milioni di controlli. Contemporaneamente, gli illeciti amministrativi sono aumentati, toccando quota 77.895 (+11,4%), e le violazioni complessive hanno raggiunto 113.630, ovvero circa 13 al minuto. In questo contesto, il “business” illegale delle ecomafie è stimato in 11,5 miliardi di euro, con una tenuta del fenomeno lungo tutto lo Stivale e una forte responsabilità locale nella gestione illecita dei rifiuti, nel cemento e nell’abusivismo edilizio. Il quadro nazionale resta quindi segnato da una contrazione generale dei reati ma da una profondità strutturale della piaga ambientale che non arretra facilmente in alcune aree del Paese.
La mappa regionale parla chiaro: nel Nord si contano forze dell’ordine e Capitanerie impegnate, ma la penisola non è esente da episodi penalmente rilevanti. Il Lazio figura al quinto posto con 2.358 reati, la Sardegna si mantiene in crescita con 2.240 e la Toscana registra 2.123, segni di una diffusione non circoscritta alle tradizionali aree a forte presenza mafiosa. In Liguria si osserva un balzo rispetto al 2024 (1.863), la Lombardia resta vicina ai mille, l’Emilia-Romagna supera quota 1.400. In questa fotografia, Napoli resta la provincia al vertice con 2.512 reati (+8,6% sul 2024), seguono Salerno (1.472) e Palermo (1.235), mentre Roma si ferma a 1.113, Cosenza 1.092 e Bari 985. Genova entra nella top ten con 963, Lecce fa registrare un nuovo ingresso a quota 847, Foggia resta a 838 e Ancona chiude la giornata utile con 671.
Sulla corruzione ambientale, la Campania ripropone la propria posizione di avvio: 15 inchieste, seguita dalla Sicilia (13), dalla Lombardia (9), dalla Puglia (7), dal Lazio (6), dalla Calabria (5) e dal Piemonte (4). Il fronte giudiziario racconta una realtà in cui il Mezzogiorno resta febbrile sul piano delle indagini: Sicilia primeggia anche sui fermi, con 96 arresti, contro 85 in Campania e 53 in Puglia, mentre Lombardia ne registra 32. Sono cifre che spiegano come l’attenzione investigativa sia diffusa, ma anche come la pressione legale rimanga maggiore in alcune aree del Paese rispetto ad altre.
Se si prova a leggere i dati per singola voce di rischio, emerge una gerarchia chiara: la gestione illecita dei rifiuti resta la voce che pesa di più nell’insieme dei reati ambientali (10.914 casi), seguita da illeciti legati al cemento e all’abusivismo edilizio (8.034) e dai reati contro gli animali (6.930). È una mappa che rivela due cose: da un lato la ferocia e la pervasività dell’illegalità ambientale, dall’altro la crescente attenzione delle autorità e della magistratura nel legarla a procedure investigative puntuali e mirate.
In chiave territoriale, la Campania non può essere letta come unicamente simbolo di sofferenza: occorre inserirla in una dinamica di controllo che, pur nel segno della priorità assegnata ai grandi centri, va estesa a tessuti urbani e periferie dove l’illecito crea cicatrici ambientali pesanti per la popolazione e l’economia legale. Non mancano segnali di miglioramento in alcune aree—efficacia degli interventi di monitoraggio, maggiore attenzione al ciclo dei rifiuti, azioni di contrasto all’abusivismo—ma restano zone grigie da chiarire, come le dinamiche contestuali tra domanda di interventi edilizi e salvaguardia del territorio.
Il rapporto invita quindi a una diagnosi non episodica: serve un rafforzamento della prevenzione, una migliore integrazione tra controlli ambientali e urbanistici, e una risposta penale proporzionata alle diverse scale di irregolarità. E soprattutto, serve una lettura territoriale che non si fermi al singolo capoluogo, ma che guardi ai quartieri dove la pressione ambientale si concentra, agli iter giudiziari che si intrecciano con l’economia sommersa, e alle verifiche successive che potranno permettere di misurare, giorno per giorno, se la traiettoria sia destinata a cambiare davvero.
