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Cronaca

Via Tertulliano: Vigilia rompe il silenzio, O’ Giò scatena la furia cieca nel bunker blindato

Via Tertulliano: Vigilia rompe il silenzio, O’ Giò scatena la furia cieca nel bunker blindato

Potere in ombra, bunker e gerarchie: Vigilia descrive la governance del clan Petrone-Puccinelli nell’area ovest di Napoli

Gaetano Vigilia, collaboratore di giustizia legato al tessuto criminale di Soccavo, fornisce una fotografia dettagliata delle dinamiche interne al clan Petrone-Puccinelli, resa necessaria dalla detenzione dei capi storici. La ricostruzione, basata su verbali depositati presso la Direzione Distrettuale Antimafia e su intercettazioni ambientali, disegna una governance provvisoria e un controllo capillare che si estende oltre il perimetro del suo quartiere di origine, abbracciando Fuorigrotta, Pianura e, soprattutto, il Rione Traiano. Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, Vigilia mostra una conoscenza millimetrica della mappa criminale dell’area e dei ruoli all’interno del sodalizio, arrivando a indicare gerarchie, contatti e volti, anche quando l’autorità era concentrata in carcere.

L’inchiesta della DDA evidenzia una fase di transizione violenta tra il 2012 e il 2013, ovvero una “guerra” tra fazioni concorrenti per il controllo dei mercati illeciti, primo tra tutti lo spaccio di droga e le estorsioni. In questa cornice Vigilia racconta come la rete di comando si sia riorganizzata in assenza dei capi storici: nel periodo in cui la leadership si era protratta in forma provvisoria, accanto al gruppo Petrone-Puccinelli sarebbero rimasti in contatto altri frammenti del sistema criminale, tra cui figure e famiglie legate al contesto traiano e al quartiere limitrofo. A conferma di questa ricostruzione, Vigilia descrive i nomi che avrebbero guidato le operazioni in sua assenza di verifica diretta dalla sala comando: Basile Antonio, Antonio Di Martino, Maurizio Attanasio detto “Pascazziello”, i Festinese (padre e figli), Antonio D’Angelo detto “O’ Cunigl” e il figlio Armando D’Angelo, Tarantino Gennaro, oltre a una rete di interlocutori che gestiva ordini dall’interno dei penitenziari, spesso tramite telefonini.

Tra le figure chiave emerge Antonio Martino, alias “O’ Giò”, definito da Vigilia come uno dei reggenti del clan. Secondo l’intercettazione e la descrizione fornita, Martino avrebbe partecipato a riunioni interne al gruppo per discutere la coesione tra le varie anime del clan e per ribadire la necessità di mantenere l’ordine, anche quando la gestione operativa veniva affidata a subalterni. Vigilia specifica che Martino era attivo nello spaccio per conto di Francesco Puccinelli e che, in diverse occasioni, si sarebbe mosso in modo armato, spingendo i presenti a riconoscere il suo ruolo.

La conferma della gravità dell’assetto gerarchico arriva anche da cristallizzazioni materiali: le intercettazioni ambientali nel bunker di Via Tertulliano civico 34, luogo chiave di piazza di spaccio, hanno registrato momenti in cui la potenza del gruppo veniva direttamente esercitata. L’episodio centrale si è verificato il 31 ottobre 2023, alle 14:40, quando Martino è entrato nel locale dove Tarantino era al lavoro, interrompendo bruscamente l’operatività e “imponendo” una feroce ripresa di controllo. L’escalation verbale è ben documentata nelle conversazioni captate: l’urgenza di imporre un ordine “dal Rione Traiano” si accompagnava a minacce esplicite di violenza. In una ricostruzione, Martino avrebbe gridato: «Soy venuto proprio io… uscite un poco fuori!… Ti devi morire tu! Ti incendio casa! Ti incendio tutto!»; e ancora, rivolto a Tarantino, una minaccia che faceva del bunker un teatro di terrore.

Quasi in parallelo, l’indagine descrive come l’apparato di comando mantenesse il controllo anche attraverso canali “officinali”: un acquirente anonimo chiedeva spiegazioni sulla gerarchia, e Tarantino rispondeva con la rassicurazione “Tutto a posto”. Un’altra nota intercettata, risalente al 27 ottobre 2023, documenta discussioni tra pusher che descrivevano Martino come un “capate” — una figura autorevole capace di imporre decisioni repentine e dure.

La fotografia emerge anche da una dinamica economica: le tensioni legate al pagamento delle cosiddette “giornate” e alla spartizione dei proventi lasciano intuire come l’allineamento gerarchico non fosse solo simbolico, ma parte integrante della gestione quotidiana del racket. La lettura di Vigilia non si limita a ricostruire contorni criminali: offre una chiave di lettura su come una leadership temporanea possa trasformarsi in una forza capace di gestire conflitti interni, di attribuire compiti e di sostenere una logica di terrore come strumento di controllo.

Quali sviluppi attendono ancora i magistrati e gli investigatori? La materia è complessa perché gran parte delle dinamiche descritte dipende dalla documentazione e dalle verifiche ancora in corso. Ma una cosa sembra chiara: il bunker di Via Tertulliano non è solo un luogo fisico, è la sede simbolica di una catena di comando che Vigilia descrive in dettaglio, offrendo una lente cruciale per comprendere l’area occidentale di Napoli e la – spesso invisibile – geografia del potere della camorra.

Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, la ricostruzione di Vigilia mette in luce una realtà in cui la distanza tra carcere e strada resta una frontiera debole, ma cruciale, per capire come si è mantenuta in piedi una macchina criminale capace di imporre timore e controllo sul territorio.

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