Processo Regeni: tre ufficiali egiziani condannati a dieci anni per sequestro; Tariq Sabir assolto. La sentenza riapre il dibattito su giustizia internazionale e rapporti fra Roma e Il Cairo
Roma – I giudici della Corte d’Assise di Roma hanno emesso una sentenza che, pur parziale, porta una prima conferma sugli elementi di accusa legati al sequestro di Giulio Regeni nel 2016. Tre rappresentanti dei servizi segreti egiziani sono stati condannati a dieci anni di reclusione per il sequestro del ricercatore triestino; Tariq Sabir, generale al vertice del dipartimento che monitorava i sindacati indipendenti, è stato assolto. Il verdetto è arrivato tre decenni… scusate, quasi otto anni dopo l’inizio del procedimento e dopo un dibattimento che ha attraversato diverse tappe processuali e questioni costituzionali. Secondo quanto riportato dalla cronaca, la sentenza riconosce in modo sostanziale l’impianto accusatorio della Procura.
I tre condannati risalgono al nucleo della National Security egiziana: Uhsam Helmi (colonnello), Athar Kamel Mohamed Ibrahim (colonnello) e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif (maggiore). Per loro la pena è di dieci anni di reclusione per il sequestro, con interdizioni successive dai pubblici uffici e misure di sicurezza legate all’esercizio di pubblico potere durante la pena. Il contesto del processo ha comunque visto l’assenza degli imputati, dichiarati contumaci poiché irreperibili: una caratteristica peculiare che ha costretto la corte a chiudere la partita anche senza la loro presenza in aula. Tariq Sabir, generale che presiedeva un reparto al vertice del dipartimento di controllo, è stato invece assolto.
La sentenza ha disposto il risarcimento alle parti civili costituite: i genitori di Regeni, la sorella Irene e la Presidenza del Consiglio dei Ministri hanno ottenuto provvisionali per complessivi importi che la procura ha indicato in 200 mila euro per Paola Deffendi e per Claudio Regeni, 100 mila euro per Irene Regeni, e 150 mila euro per la Presidenza. A titolo di liquidazione per assistenza e rappresentanza, gli importi sono stati ripartiti tra le parti: 17.299 euro a Paola Deffendi e Irene Regeni, 8.930 euro a Claudio Regeni, 8.477 euro alla Presidenza.
La lettura del dispositivo è stata accompagnata da una posizione robusta da parte della procura: “la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto”, ha osservato il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, aggiungendo che ora si attendono le motivazioni per completare il quadro sul ragionamento della Corte. In aggiunta, il magistrato ha sottolineato la difficoltà di collaborazioni con le autorità egiziane, ma ha valorizzato la scelta di utilizzare strumenti giurisdizionali italiani e di una Corte d’Assise autonoma per restituire una verità processuale nonostante le assenze in aula.
A margine, l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ha rimarcato che la giustizia italiana non è solo un tema legale, ma anche politico: “ Lo Stato deve recalare il risarcimento e rompere i rapporti con un Paese che tortura e uccide”, ha dichiarato, insistendo sull’importanza di una posizione chiara da parte del governo italiano. Dalle parole di Ballerini è emersa anche una richiesta di determinazione operativa: non basta la verità, serve attuazione concreta.
Don Luigi Ciotti ha espresso una lettura sofferta ma fiduciosa: “La verità senza giustizia è come un fiore che appassisce” ha detto, ricordando come la ricerca della verità sia stata una tessera fondamentale della vicenda, ma che la sfida della giustizia resti aperta. Il sacerdote ha anche invocato una maggiore determinazione a livello internazionale per accompagnare una verità che merita di tradursi in azioni concrete.
La sentenza non sposta automaticamente la questione delle responsabilità politiche o diplomatiche tra Italia ed Egitto. Per quanto riguarda le prospettive future, resta aperta la possibilità di una cosiddetta rescissione del giudicato qualora uno degli imputati contumaci dovesse comparire o nominare un avvocato di fiducia, strada che potrebbe aprire scenari di estradizione. È una possibilità che la Corte Costituzionale ha indicato come percorribile in casi di cambiamenti sostanziali del quadro processuale.
Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, la procedura ha seguito un tragitto complesso, caratterizzato da rinvii, sospensioni e riferimenti normativi che hanno segnato un percorso non lineare verso una sentenza definitiva. Il caso Regeni resta quindi al centro della scena pubblica italiana, non solo come crimine individuale, ma come test caso di giustizia internazionale e di responsabilità degli organi statali dentro un contesto di rapporti internazionali delicati.
Fonte: cronachedellacampania.it
