A Marina di Camerota, la frittura di paranza è molto più di un piatto: è una finestra sul Cilento dove mare e lavoro quotidiano convivono in una tradizione che cambia a seconda del pescato e delle stagioni, senza trucchi né sforzi teatrali. In questo angolo di costa, la paranza racconta la geografia del litorale e la semplicità di una cucina che privilegia immediata limpidezza dei sapori.
Il Cilento meridionale si affaccia sul Tirreno con calette segnate da rocce e promontori, spiagge ampie e acque limpide. Marina di Camerota, inserita nel perimetro del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, è lì dove terra e mare si riconoscono anche nel piatto quotidiano. Secondo quanto riportato da cronachedellacampania.it, il pesce non è mai una mera materia prima: è il termometro del tempo, che dipende dal mare, dalla stagione e dall’impegno delle imbarcazioni. Ed è proprio questa variabilità a definire la paranza, una frazione di piccoli pesci destinati a finire direttamente in frittura, senza imposizioni su una specie specifica.
La paranza non è una ricetta fissa: è una composizione variabile di pesci da fritto destinati a essere gustati insieme. Può includere alici, triglie di piccola taglia, merluzzetti, sgombri giovani, latterini o altri esemplari adatti a una cottura rapida. La filosofia è semplice: valorizzare la freschezza del pescato del giorno piuttosto che imporre una lista predeterminata. Il risultato è una crosta sottile, una polpa delicata e un profumo iodato che racconta la geografia di mare e costa.
A tavola, la paranza si comprende meglio nel contesto: il mare, con i suoi riflessi variabili, accompagna una preparazione essenziale che non ha bisogno di salse elaborate. Tradizionalmente si aggiunge solo qualche goccia di limone, dosando l’agrume per non coprire l’integrità del pesce; il sale entra a fine cottura, quando l’esterno resta croccante. In accompagnamento bastano una insalata fresca, verdure di stagione o una fetta di pane, a ricordare che la paranza è pensata per una cucina diretta, non per sofisticazioni inutili.
La Paul, perdon, la paranza richiede attenzione più che tecnica spettacolare: i pesci piccoli cuociono in pochi minuti e si portano in tavola appena scolati, quando la crosta è dorata e la polpa resta soda. Per chi cucina in casa, una porzione per quattro può ruotare intorno agli 800 grammi di pesci misti; la ricetta del contorno è volutamente semplice: farina di grano tenero, con una piccola percentuale di semola rimacinata per una crosta più asciutta; olio di semi di arachide o altro olio adatto alla frittura; sale, limone a parte. E ancora, i passi chiave: pulizia accurata, passaggio leggero nella farina poco prima della cottura, olio ben caldo (circa 175–180 gradi), friggere in piccoli lotti per evitare che l’olio perda temperatura, scolare bene, salare subito e servire senza indugio. Il limone resta opzionale, da aggiungere al piatto finito.
La paranza ha un carattere stagionale e territoriale molto marcato. Per chi arriva dalla Costiera Amalfitana, da Napoli o da altre realtà della Campania, la preparazione rappresenta anche una pausa lenta, un invito a fermarsi lungo il lungomare, a osservare le barche e le falesie, a respirare l’odore del mare prima di chiudere la cena. A Marina di Camerota, quando il sole cala sul Tirreno, la frittura diventa il racconto concreto di un luogo: un piatto che nasce dal pescato disponibile, ma che ne esalta la memoria e la geografia. La paranza resta una cucina sincera, capace di restituire al pescato la sua identità e al territorio una voce semplice ma potente.
