Caivano-Casoria: la rete del clan Angelino resiste agli arresti con denaro liquido, orologi preziosi e una nuova geografia dello spaccio
Caivano e Casoria tornano a essere al centro di un’inchiesta che mette in luce una riorganizzazione della criminalità tra territori contigui della Campania. Secondo l’impianto accusatorio, il gruppo ritenuto collegato al clan Angelino avrebbe continuato a muovere denaro e traffici illeciti nonostante una serie di arresti. Dal fascicolo emerge una storia di potere economico ancora robusto e di una struttura che si è reinventata sul territorio tra Caivano e Casoria, con ramificazioni che lavorano per mantenere in piedi l’operatività criminale.
Secondo quanto riportato da www.cronachedellacampania.it, al centro dell’indagine c’è una configurazione associativa orchestrata tra i due comuni, ritenuta egemone nell’area. La documentazione investigativa descrive una capacità economica rilevante, testimoniata da un “tesoro” nascosto in una casa dell’hinterland napoletano: 3 milioni e 200 mila euro in contanti e dieci orologi di lusso. Una parte del bottino sarebbe stata celata in punti difficilmente individuabili: sotto il pavimento, nel vano doccia, dietro pareti e intercapedini. Il ritrovamento è stato associato anche alla testimonianza di un collaboratore di giustizia che avrebbe indicato agli investigatori dove cercare.
Gli atti descrivono un sistema di occultamento rudimentale ma efficace, progettato per rendere complessa la localizzazione del denaro. A corroborare l’ipotesi di una gestione economica capace di sostenere l’intera rete, la Procura riferisce anche l’ipotesi di autoriciclaggio: una parte delle risorse illecite, secondo gli accertamenti, potrebbe essere reinvestita in beni di valore, inclusi oggetti di lusso, per reinserirli nel circuito economico.
La fotografia dell’organizzazione dipinta dall’indagine è quella di una rete che si è adattata agli arresti dei vertici: non più un unico centro operativo, ma una serie di nodi distribuiti tra Parco Verde, Bronx di Caivano e Casoria. L’azione investigativa avrebbe perseguito sia la dimensione di spaccio sia quella di controllo del territorio: un appartamento offerto come piazza di vendita satellite, videosorvegliato, operante praticamente per l’intera giornata. Il parco di attività sembra essersi spostato a macchia di leopardo, con una gestione che prevederebbe persino controlli sugli acquirenti.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la gestione economica dei proventi: parte dei guadagni serviva a “pagare gli stipendi” agli affiliati e a garantire sostegno economico a detenuti e loro famiglie. È una matrice tipica delle organizzazioni mafiose, che consente di mantenere la capacità operativa anche quando alcuni componenti finiscono in carcere. In questo contesto, gli investigatori hanno rilevato che le direttive per la gestione delle attività sarebbero giunte in alcune occasioni anche dall’interno degli istituti penitenziari, confermando una continuità operativa non ostacolata dagli arresti.
Sul piano delle armi, l’indagine descrive una disponibilità significativa e, secondo gli inquirenti, l’uso di strumenti ritenuti pericolosi, definendo l’organizzazione armata e capace di impiegare “armi da guerra”. L’analisi sul territorio segnala anche frizioni tra gruppi rivali legate al controllo delle piazze di spaccio, in un contesto dove la concorrenza rischia di alimentare nuove tensioni.
Un filone di indagine ha portato anche a una pista internazionale: la Dda di Napoli sta verificando possibili legami con la Spagna per ricostruire l’origine degli stupefacenti e la rete di rapporti utilizzata dall’organizzazione. Durante la presentazione dell’operazione, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri e il procuratore aggiunto Ferrigno hanno illustrato la struttura ritenuta operativa tra Caivano e Casoria.
Tra i capitoli dell’inchiesta spiccano anche le estorsioni. Sono emersi elementi relativi a numerosi imprenditori subiti da richieste estorsive, ma soltanto una denuncia sarebbe arrivata finora, un dato che ha suscitato l’appello a rompere il muro del silenzio e a denunciare senza timore. Il generale Biagio Storniolo ha evidenziato che il clan si è effettivamente riorganizzato dopo gli arresti, espandendo la rete di controllo dallo Parco Verde al Bronx e oltre, con una gestione capillare che implica un numero di affiliati impegnati in stock di stupefacenti e in una gestione mirata delle presenze sul mercato.
Il quadro dipinto dall’inchiesta è quello di un patrimonio miliardario in potenza, ora al centro di un’indagine vasta che riguarda la relazione tra denaro sporco, possesso di beni di lusso e una continua capacità operativa. Le indagini proseguono per accertare ruoli, responsabilità e sviluppi futuri, con la consapevolezza che la lotta contro l’omertà resta una delle chiavi per interrompere questa rete.
