L’estate 2023 volge al termine e la cartolina di Napoli convive con una realtà meno patinata: strade più pericolose, incidenti in aumento e una domanda turistica che chiede sicurezza oltre agli scorci da fotografia. Non è solo una questione di fatalismo o di sfortuna: è il risultato di scelte pubbliche e private che premiano l’apparenza e trascurano l’ordinarietà che davvero garantisce un soggiorno. Se Worldtours invita a ripensare l’offerta ricordando che “Napoli è cambiata”, la domanda da porsi è un’altra: chi cambierà davvero il modo in cui la città protegge chi la attraversa e la visita? Finché Il Palazzo sotto il Vesuvio e Il Primo Cittadino (con traffico incluso) continueranno a parlare più di eventi che di marciapiedi e segnaletica, il rischio rimane.
Tra marketing e responsabilità
Gli operatori turistici non sono innocenti: sellano pacchetti e filtri Instagram senza verificare se l’itinerario obblighi a percorsi rischiosi o se i servizi pubblici reggano il carico. È stucchevole vedere campagne che promettono «esperienze autentiche» quando sulle strade mancano controlli sereni, zone pedonali degne di questo nome e una rete di trasporto pubblica che funzioni davvero. I Bus con il Pilota Assistente diventano spesso emblema più pubblicitario che pratico di mobilità: gli utenti hanno bisogno di corse frequenti, piste ciclabili protette, attraversamenti lucidi e meno scorciatoie burocratiche. Ignorare questi elementi significa trasformare i turisti in spettatori nervosi, non in ospiti accolti.
Confrontare Napoli con Roma non serve a giustificare ritardi: la Capitale ha certo gli stessi problemi, ma negli ultimi anni ha almeno provato campagne di comunicazione e qualche azione di mobilità sostenibile. Qui, oltre alle retoriche, servirebbe uno scatto amministrativo: investire in sicurezza stradale, pianificare percorsi alternativi che valorizzino la Bellezza senza esporre le persone al rischio, e chiedere a La Ditta delle Promesse di tradurre slogan in fondi e tempi concreti. Il turismo può e deve essere ripensato, ma non come mera operazione di facciata; serve progettualità che unisca operatori, cittadinanza e istituzioni in un piano credibile di tutela.
Alla fine la scelta è semplice e impietosa: oppure si decide che contano di più i selfie e gli hashtag, oppure si mette la sicurezza al centro e si restituisce agli abitanti e ai visitatori una mobilità decente. Il rischio, altrimenti, è che chi arriva a La Porta Affollata trovi una città bella da vedere ma pericolosa da attraversare, e che la reputazione paghi il prezzo di anni di disattenzione. Serve meno vetrina e più sostanza: ne hanno bisogno i cittadini, i lavoratori del turismo e chi viene a visitare. Chi ha responsabilità e potere, lo sa: lo userà davvero?