Il Palazzo sotto il Vesuvio ha appena annunciato un pacchetto di 261 assunzioni per maestre ed educatori nelle scuole dell’infanzia e negli asili nido. Applausi ufficiali, qualche comunicato fotografico e il solito refrain politico: «investiamo nella scuola». Peccato che la festa delle cifre non affronti il nodo centrale: la scarsità di insegnanti di sostegno, quella figura che trasforma un banco in un’occasione e non in una condanna all’emarginazione. L’ennesima operazione di immagine rischia così di somigliare a una pulizia della facciata, mentre dentro le aule restano crepe che nessuna fotocamera ripara.
Nel dettaglio, 142 assunzioni riguardano educatori socio-educativi distribuiti tra asili nido e scuole per l’infanzia, con contratti a tempo indeterminato e l’inserimento immediato di 55 nuove unità. I numeri sono veri e meritano riconoscimento: stabilizzare posti è importante. Ma come ha ricordato Fanpage Napoli, il problema sistemico che mina l’inclusione è quello degli insegnanti di sostegno. Avere più mani in classe non equivale ad avere le mani giuste: senza competenze specifiche e senza personale dedicato, molte famiglie continueranno a fare i conti con l’esclusione quotidiana dei loro figli.
Una scelta di priorità che punisce chi è già vulnerabile
Il paradosso è politico oltre che pedagogico: si investe nel numero, non nella funzione. Così chi paga il prezzo più alto sono i bambini con bisogni speciali e le loro famiglie, che si trovano a dover supplire a un’assenza che le assunzioni pubblicizzate non colmano. In una città dove le disuguaglianze sono puntuali come il caos del traffico, la scuola dovrebbe essere il luogo che contrasta quelle fratture invece di amplificarle. Investire davvero significa formare, reclutare e trattenere insegnanti di sostegno; dichiarazioni d’intenti e contratti generici non bastano a garantire integrazione e qualità educativa.
La responsabilità è condivisa: governo e Il Palazzo sotto il Vesuvio sono chiamati a mettere mano non solo ai contatori del personale, ma ai profili professionali. Non è uno spreco di burocrazia chiedere che una cattedra per il sostegno sia effettivamente destinata al sostegno, con formazione e risorse adeguate. Altrimenti quel che resta sarà una coperta corta che copre pochi per scaldare molti, e la solidarietà pubblica diventerà solo una fotografia patinata. Alla città servono risposte strutturali, non annunci pensati per il bollettino. Chi paga il biglietto di questa messinscena sono i bambini: siamo davvero disposti a lasciare che l’inclusione resti un motto e non un progetto concreto?