La scena si è animata in un baleno: furto e ricatto. È la cruda realtà che si cela dietro il noto schema del “cavallo di ritorno”, tornato prepotentemente al centro di un’indagine tra Castellammare di Stabia e Gragnano. Quella che sembrava una semplice sparizione d’auto ha rivelato un meccanismo perfetto di estorsione. Due uomini, un 33enne e un 30enne, sono stati arrestati dai carabinieri della compagnia di Sorrento, con un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari e bracciale elettronico.
Il gip del tribunale di Torre Annunziata ha messo in moto la giustizia dopo le richieste della Procura oplontina. Tutto è iniziato il 17 febbraio, quando un cittadino di Meta ha visto la propria auto scomparire dal parcheggio interrato del centro commerciale La Cartiera di Pompei. Due giorni dopo, il veicolo è riemerso nel territorio di Sant’Antonio Abate, un evento che ha attirato l’attenzione degli inquirenti.
“Il metodo è sempre lo stesso, ma questa volta siamo riusciti a intercettare le comunicazioni tra i sospetti,” ha dichiarato un ufficiale dei carabinieri. Da qui, hanno scoperto che i ladri non si erano limitati a rubare l’auto, ma avevano contattato direttamente la moglie del proprietario, chiedendo mille euro in cambio della restituzione.
Le indagini, condotte da uomini della stazione di Piano di Sorrento e coordinate dalla Procura di Torre Annunziata, si sono rivelate complesse. I malviventi hanno tentato di sviare il lavoro delle forze dell’ordine, alterando la targa del veicolo utilizzato per il contatto. Ma la determinazione degli investigatori, supportata dalle chat estrapolate durante il periodo di restituzione dell’auto, ha fatto la differenza.
Il “cavallo di ritorno” continua a mordere in un territorio in cui un furto può mascherare un’operazione estorsiva ben orchestrata. Da Pompei a Sant’Antonio Abate, la popolazione è costretta a chiedersi: quanto tempo ci vorrà prima che questo metodo venga smantellato definitivamente? E cosa fare per fermare una spirale di illegalità che sembra inarrestabile?