Una donna aggredita dal compagno l’8 marzo, proprio nel giorno dedicato alla lotta alle violenze di genere. Ma che ironia, che beffa! Il calendario ci dice che spegniamo i riflettori su un problema che, qui a Napoli, si fa sempre più inchiostrato di sangue e lacrime.
I dati ci dicono che nel nostro paese uno stuolo di donne vive nella paura, soggennate a botte e angherie quotidiane. Napoli non è da meno: la violenza di genere è una piaga che sembra crescere. Questi episodi, purtroppo, non sono isolati, sono anzi un campanello d’allarme che non possiamo ignorare.
“Non mi crederà nessuno”, ha detto la vittima, e chi può darle torto? La cultura del silenzio è ancora forte. Il fatto che le violenze siano durate mesi, se non anni, fa riflettere. E le istituzioni? Stanno facendo abbastanza per proteggere queste donne e sensibilizzare la comunità? O è solo una passerella per i politici di turno in cerca di consenso?
In un contesto che comprende anche gli ambienti sportivi, dove ci si aspetterebbe che il rispetto regni sovrano, ogni atto di violenza deve farci riflettere. La notizia del Napoli Basket che caccia un collaboratore per atteggiamenti inaccettabili nei confronti di un tifoso è un segnale, ma è sufficiente? Servirebbero misure più incisive, forme di educazione alla non violenza. I valori dello sport devono permeare anche la vita di tutti i giorni.
È chiaro: non possiamo più nascondere la testa sotto la sabbia. La violenza di genere è un fenomeno che tocca tutti noi, e che ci chiama a reagire. Pensiamoci quando commentiamo una partita, quando parliamo dei nostri campioni. La vera vittoria sarà quando, insieme, riusciremo a far sì che episodi come quello dell’8 marzo non si ripetano mai più. E a questo punto sorge una domanda: quanto ancora bisognerà aspettare perché il rispetto diventi una norma?