Non si può più ignorare il grido angosciato dei professionisti sanitari: le aggressioni e le umiliazioni che subiscono quotidianamente nei reparti, da parte di pazienti e familiari, sono diventate insostenibili. Gli infermieri e i tecnici del Monaldi, con una lettera aperta, hanno messo a nudo una realtà allarmante in un contesto dove la dignità del lavoro è sempre più minacciata.
“Da Oppido aggressioni e umiliazioni”, scrivono a chiare lettere, evidenziando come sia diventato difficile svolgere un lavoro già di per sé complicato e stressante. Chi si occupa della salute di noi tutti, oggi si sente più vulnerabile che mai, costretto a lavorare in un clima di paura e precarietà. La domanda è: como è possibile che in un Paese come l’Italia, la sicurezza di chi cura venga messa in discussione nella propria arena di lavoro?
Questa situazione è solo la punta dell’iceberg. Rispecchia un malessere più profondo che attraversa il nostro sistema sanitario, già in difficoltà a causa di tagli e carenze di personale. Eppure, mentre il governo annuncia investimenti in infrastrutture nel Sud per rilanciare l’economia, la salute pubblica sembra essere relegata a un secondo piano, trascurata e, in certi casi, dimenticata.
Chi deve operare per garantire il diritto alla salute e alla sicurezza dei lavoratori? Alcuni professionisti, visibilmente provati, hanno persino deciso di lanciarsi in un battaglia pubblica per risvegliare le coscienze. “Non siamo schiavi”, è una delle frasi più ricorrenti, segno di una lotta che non può essere più trascurata.
La reazione dei cittadini è fondamentale: siamo disposti a rimanere in silenzio davanti a questa violenza? Possiamo tollerare che chi lavora per il nostro benessere debba affrontare tutto ciò? La salute è la vera priorità e su questo non si può più tergiversare. L’epidemia di aggressioni nei rapporti tra personale sanitario e pazienti deve essere fermata, e quanto prima se si vuole un domani in cui chi cura possa farlo senza paura.
Si può continuare a parlare di eccellenza sanitaria quando la base, ovvero chi lavora nei reparti, è in preda a questa violenza? È il momento di accendere il dibattito e non lasciar cadere nel vuoto queste testimonianze. Se non ora, quando? Se non noi, chi?