Il referendum sulla giustizia, un tema vitale per il nostro Paese, ha subito una clamorosa metamorfosi: da questione cruciale a mero spettacolo da talk show. Non si parla più dei contenuti, delle ripercussioni e dei rischi legati alla riforma. Al contrario, ci si strappa i capelli su Sal Da Vinci e su un semplice titolo: “Per sempre Sì”. È un affresco deprimente della politica italiana, sempre più distante dalla realtà.
Nicola Gratteri ha scatenato il putiferio con la sua affermazione ironica: “Sal Da Vinci voterà No”. I sostenitori del Sì hanno subito denunciato fake news e manipolazione, ma il dramma è che questa polemica riflette la miseria di un dibattito pubblico incapace di reggersi senza il sostegno di frasi ad effetto e facce note. Il comitato del Sì ha risposto con un contro-video, contribuendo a rendere la situazione ancora più caotica.
È il trionfo di una mania nazionale: ogni volta che c’è un voto da indirizzare, bisogna coinvolgere un volto noto, un tormentone, un meme. Gli italiani sembrano cittadini solo di nome, ridotti a semplici consumatori da attrarre con un ritornello. La verità? Sal Da Vinci non ha mai espresso una posizione chiara sul referendum, eppure tutti si affrettano ad attribuirgli opinioni utili al loro scopo.
Non si tratta solo di propaganda, ma del grave rischio di vedere una discussione seria su giustizia e Costituzione ridursi a un gioco infantile e tossico. Non ci sono più spazi per un dialogo autentico; tutti si contendono simboli e frasi da strizzare, lasciando un abisso di contenuti vuoti.
Eppure, nessuno sembra scandalizzarsi. Come se fosse la norma che un referendum possa essere trascinato in una farsa continua. Ma tutto ciò non è normale, è una perversione del sistema. Il referendum si avvicina in un clima simile a una curva da stadio, mentre domande cruciali restano inespresse: a chi giova questo caos? Non certo ai cittadini, che si trovano sommersi da polemiche e slogan superficiali, impotenti di fronte a una propaganda che confonde più di quanto chiarisca.
Infine, nel silenzio assordante sulle vere questioni, emerge un dato allarmante: il nostro Paese rischia di affrontare un passaggio decisivo con la mente piena di rumore e senza idee chiare. È esattamente ciò di cui chi vive di propaganda ha bisogno: non convincere, ma disorientare. Resta da chiedersi se, ancora una volta, riusciremo a risvegliare il dibattito che meritano le nostre istituzioni.