Napoli in fermento: il referendum sulla giustizia è il voto del cuore e della memoria collettiva

Napoli in fermento: il referendum sulla giustizia è il voto del cuore e della memoria collettiva

C’è un nome che riecheggia tra i vicoli di Napoli, un nome che, a trent’anni di distanza, continua a far tremare le coscienze: Enzo Tortora. Il 22 e 23 marzo 2026, gli italiani saranno chiamati a esprimersi su una riforma fondamentale: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Una scelta che va oltre la politica, un atto di giustizia.

“Votare Sì non significa essere contro la giustizia”, afferma con clamorosa chiarezza un rappresentante delle forze dell’ordine. “Significa restituire credibilità a un sistema che ha fallito”. E, in effetti, la storia di Tortora è emblematica di un’Italia che fatica a far i conti con le proprie fragilità. Arrestato nel 1983, Tortora ha subito umiliazioni, incarcerazioni e un processo che lo ha marchiato a vita, per poi essere assolto nel 1987. Un caso che ha ridotto in miseria un uomo innocente e, ancor più grave, ha messo in luce le falle di un sistema giudiziario ai limiti dell’assurdo.

Oggi, grazie alla serie “Portobello” di Marco Bellocchio, la vicenda ha ripreso vigore, invitando a riflettere su una giustizia che, per molti aspetti, non è mai riuscita a riparare i danni causati. “Non è una propaganda”, ribadisce Bellocchio, “ma una narrazione necessaria”. Eppure, il dolore e le cicatrici del passato emergono con forza, costringendoci a chiederci se abbandonare il meccanismo che ha generato simili ingiustizie.

Più si analizzano i dettagli, più è evidente che il caso Tortora non rappresenta solo un errore di percorso. È un simbolo di una mentalità che ha travolto tanti, in un contesto in cui l’individuo è solo una pedina sacrificabile. Giovanni Falcone, in un’intervista del 1991, sottolineava con fermezza l’importanza di una distinzione tra chi accusa e chi giudica. Non è soltanto questione di diritto, è questione di dignità.

Opporsi alla separazione delle carriere equivale a difendere lo status quo. Significa ignorare le crepe nel sistema e il dolore di chi è stato colpito dalla macchina della giustizia. Un vuoto assoluto di assunzione di responsabilità, a parte rare eccezioni, perpetua l’ingiustizia e rende necessaria questa riforma.

Eppure, la memoria di Tortora è tangibile. Ma cosa succede se non è accompagnata da un cambiamento reale? Le sue parole, le sue sofferenze, devono servire da monito. Un monito al Paese, per ricordarci che dietro ogni nome c’è una storia, una vita distrutta. Ricordarlo è imperativo, ma farne un simbolo di cambiamento è vitale.

Votare Sì non è solo un gesto politico: è un atto di rispetto verso chi ha sofferto, un impegno a non lasciarci travolgere dalla storia. Una riforma può non essere perfetta, ma è la nostra occasione per dire basta a un meccanismo che ha già fatto troppo male. The question is: saremo capaci di imparare dai nostri errori?

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