“Una bomba pronta a esplodere nel cuore di Napoli.” Così si potrebbe riassumere la crisi che travolge l’ospedale Monaldi. Una lettera, firmata da infermieri e tecnici, denuncia una situazione insostenibile, e questa volta non si parla di pazienti, ma di chi ogni giorno lavora per salvare vite.
L’eco delle loro parole rimbalza tra le strade di Nola, dove un avvocato, Francesco Petruzzi, ha reso pubblici i dettagli di un documento allarmante. “Non ci sentiamo più sicuri di collaborare”, è una delle frasi più forti lette di fronte al Duomo. Le richieste di aiuto degli operatori sanitari si intrecciano con l’ombra della morte di Domenico Caliendo, il bambino di due anni deceduto dopo un trapianto di cuore.
Nella lettera, datata 27 gennaio 2026, emerge un clima di “sfiducia reciproca” e una “comunicazione assente”. I firmatari non nascondono la loro frustrazione: accuse di maltrattamenti da parte del dottor Guido Oppido avrebbero reso insostenibile il lavoro quotidiano. “Le urla e le umiliazioni sono diventate la norma”, ha dichiarato un infermiere in privato, mentre la tensione monta come un’onda in piena.
Gli atti di aggressione verbale, i linguaggi offensivi e le intimidazioni denunciate gettano una luce sinistra su quello che dovrebbe essere un luogo di guarigione. Soprattutto in sala operatoria, il personale riferisce di essere sottoposto a una pressione insostenibile, che ha portato ad una perdita di fiducia e a sentimenti di ansia e tremori.
L’ipotesi di un trasferimento è ormai sul tavolo. “Non possiamo continuare così”, afferma uno dei firmatari, “è una questione di dignità umana e di sicurezza per noi e per i pazienti.” Il timore è che questa crisi non si limiti all’ospedale, ma coinvolga un’intera comunità stanca di vivere nel terrore di ogni turno di lavoro.
La città osserva, la questione è sul tavolo. I cittadini di Napoli si chiedono: cosa si nasconde dietro le porte del Monaldi? Chi garantirà la sicurezza di chi cura? La tensione cresce e il dibattito è aperto.