Ischia, dramma silenzioso: abusata e morta di Aids, chiesti 24 anni di carcere

Ischia, dramma silenzioso: abusata e morta di Aids, chiesti 24 anni di carcere

La tensione era palpabile nell’aula 115 del Nuovo Palazzo di Giustizia di Napoli, dove si è conclusa una requisitoria shock: la Procura ha chiesto 24 anni di reclusione per un uomo di 65 anni accusato di abuso sessuale e di aver trasmesso l’Hiv a una donna polacca, causandone, secondo l’accusa, la morte. Un dramma che riporta alla luce una delle tragedie più oscure e trascurate della nostra società.

I fatti risalgono ai primi anni Duemila, a Ischia, dove la vittima, una 37enne, si era temporaneamente trasferita. La donna, descritta come una persona piena di speranze e sogni, ha lasciato un segno indelebile nel cuore di molti. “Era una giovane ragazza, arrivata qui con la voglia di ricominciare”, ha dichiarato il legale della parte civile, descrivendo il calvario che ha vissuto.

L’impianto accusatorio è pesantissimo: l’uomo, consapevole della propria sieropositività, sarebbe stato il carnefice di ripetuti abusi. “Ha costretto la mia assistita a subire quei rapporti non protetti, accettando il rischio di farla morire”, ha sostenuto il pubblico ministero. La gravità dei reati contestati, che includono persino l’omicidio volontario, ha lasciato i presenti senza parole.

Uno dei momenti più toccanti è stata la proiezione di video-denuncia della vittima, registrati quando già lottava contro la malattia in ospedale. Le sue parole, cariche di angoscia e determinazione, hanno riportato l’attenzione sull’orrendo contesto di silenzio e paura che ha circondato quelle violenze. In un filmato, la donna ha rievocato l’orrore di almeno dieci episodi di violenza tra il 2001 e il 2003, rivelando le minacce ricevute affinché non parlasse mai.

Il legale della parte civile ha continuato a smascherare il profilo dell’imputato, descrivendolo non solo come un aggressore ma anche come una figura dominante capace di mantenere il silenzio per anni tramite intimidazioni e ricatti. “È diventato il suo aguzzino e il suo assassino”, ha affermato senza esitazione.

La difesa, dal canto suo, ha chiesto un’assoluzione totale, sostenendo che non ci sono prove sufficienti per confermare l’impianto accusatorio. Ma sarà la Corte a decidere. La sentenza, attesa per il 25 marzo, rappresenterà un momento cruciale per la giustizia napoletana e un possibile riscatto per tutte le donne che, come la vittima, hanno subito senza poter parlare.

Resterà da vedere se il tribunale di Napoli avrà il coraggio di pronunciare una parola di verità su questo caso che grida vendetta. Un’affermazione di giustizia oppure un ennesimo capitolo di impunità? La città attende, e molti sono pronti a schierarsi.

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