Inchiesta sulla morte del piccolo Domenico, deceduto dopo un trapianto di cuore
Napoli. Un caso che ha suscitato forte commozione e preoccupazione. Domenico, un bambino di due anni e quattro mesi, è deceduto il 23 dicembre presso l’ospedale Monaldi di Napoli, dopo un intervento di trapianto di cuore. Al centro dell’inchiesta avviata dalla Procura di Napoli ci sono quattordici minuti determinanti, che potrebbero aver influito sull’esito fatale dell’operazione.
Secondo la scheda della circolazione extracorporea (Cec), il “no way back point”— il momento in cui il cuore del paziente viene definitivamente escluso dalla circolazione a seguito del clampaggio aortico— è stato superato alle 14.18. Tuttavia, il nuovo organo sarebbe arrivato in sala operatoria solo alle 14.30. Questa discrepanza temporale è stata evidenziata dall’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia di Domenico, dopo aver esaminato una documentazione clinica inizialmente ritenuta mancante. “Emerge che il cuore di Domenico è stato scollegato dall’organismo prima dell’arrivo dell’organo donato”, ha dichiarato l’avvocato.
La famiglia del bambino sostiene che questo intervallo di tempo sia la prova che Domenico sia stato privato del suo cuore in modo prematuro, costringendo i medici a impiantare un organo già danneggiato. L’intervento era stato programmato con un cuore proveniente da Bolzano, ma durante il trasferimento verso Napoli, l’organo avrebbe subito un congelamento accidentale, compromettendone la funzionalità.
L’ipotesi investigativa sostiene che la combinazione del deterioramento dell’organo e della tempistica dell’espianto abbiano contribuito alla morte del bambino. A tal proposito, la Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, con sette indagati, tra cui il cardiochirurgo Guido Oppido, primario dell’unità di Cardiochirurgia pediatrica e dei trapianti del Monaldi.
Un ulteriore elemento di indagine riguarda una conversazione registrata da Patrizia, la madre di Domenico. Secondo quanto riferito dall’avvocato Petruzzi, il medico avrebbe dichiarato che il piccolo era “trapiantabile per disperazione”, contrariamente alla successiva valutazione dell’Heart Team che ha ritenuto Domenico non più idoneo al trapianto. La dichiarazione del cardiochirurgo potrebbe sollevare interrogativi sulla correttezza della valutazione medica e sulla questione del consenso informato.
La scheda Cec, ora identificata tra i documenti sanitari, è cruciale per l’accertamento tecnico in corso. La direzione dell’ospedale Monaldi ha dichiarato di essere pienamente collaborativa con la famiglia durante le indagini. Gli inquirenti stanno attendendo consulenze per chiarire i tempi, le condizioni dell’organo e le scelte chirurgiche.
Rimane centrale nella vicenda la sequenza temporale degli eventi: se il cuore di Domenico sia stato espiantato prima dell’arrivo dell’organo donato e se quest’ultimo fosse già compromesso. Questi aspetti, secondo l’accusa, potrebbero configurare profili di colpa medica nella morte del piccolo.
L’inchiesta prosegue, con l’obiettivo di fare chiarezza su un caso che suscita interrogativi etici e professionali fondamentali.