#VoglioCambiareVita: La Storia di un Uomo che Si Consegnò ai Carabinieri per un Nuovo Inizio
A San Giorgio a Cremano, un improvviso fruscio segnala l’apertura della porta della stazione dei carabinieri. Un uomo si ferma, esitante, sull’uscio, come se stesse caricando il peso della sua decisione.
Ha 27 anni e conosce bene quel luogo, non come un estraneo, ma come qualcuno il cui passato è segnato da errori. Con un passo lento, il suo sguardo si alterna tra il pavimento e l’ingresso, installando una sorta di mirino sulla sua confessione: “Marescià… voglio cambiare vita.”
“I miei genitori non si meritano tutto questo.”
Davanti a lui, un carabiniere lo scruta con occhio esperto, ha visto molti come lui: chi entra furioso, chi per cercare scuse, chi per difendersi. Ma lui non è lì per nessuna di queste ragioni.
Con una mano nervosa, si accarezza le tasche della giacca, quasi in cerca di coraggio. “Voglio pagare per quello che ho fatto,” afferma, la frase pesante, carica di sincerità. La successiva, quella che esce tremante dalle sue labbra, è un grido interiore: “I miei genitori non si meritano tutto questo.”
Non chiede pietà. Chiede un freno.
Si avvicina con cautela alla scrivania, non si siede. Con un gesto misurato, tira fuori un involucro e lo depone sul tavolo. Poi, senza fretta, estrae un bilancino di precisione e lo appoggia a fianco dell’involucro, come un’offerta, come un’auto-consegna.
All’interno ci sono 11 grammi di cocaina, e l’aria nella stanza si fa densa. Un momento di silenzio avvolge la caserma, un’assenza di rumori che, in quel contesto, risuona come una rivelazione: non è una perquisizione, non è un inseguimento, ma una consegna.
“È questa,” pronuncia il giovane, quasi respirando a pieni polmoni, “È questa la mia vita. E io… io non la voglio più.”
“Non voglio farla franca.”
Il carabiniere ascolta, senza alzare la voce. Le domande sono poche, le risposte già pronte. “Perché sei venuto qui?” chiede, cercando di cogliere l’essenza di quel momento.
Il ragazzo deglutisce, con la voce che trema mentre confessa: “Perché non ce la faccio più.” Parole pesanti come macigni, amplificate dalla dolorosa verità: “A casa è guerra ogni giorno. Io lo so che sto rovinando tutto.”
Si ferma un attimo, cercando di raccogliere il coraggio. “Non voglio farla franca,” ribadisce. “Se devo smettere, devo smettere davvero. Devo pagare.”
La dipendenza, la paura di tornare indietro.
Non si propone come un eroe, ma si presenta come un uomo impaurito dal suo stesso riflesso. La sua burbera confidenza rivela la fragile consapevolezza di quanto sia facile cadere di nuovo: la dipendenza è una fame insaziabile, una voce che non tace mai, un richiamo irresistibile.
E c’è ancora il pensiero dei genitori, i loro volti segnati dalla preoccupazione, l’incomprensione nell’aria quando rientra a casa. “Loro non si meritano questo,” ripete, come se quelle parole fossero il solo aggancio che lo tiene a galla.
L’arresto e il gesto che resta.
Per i carabinieri, la situazione è chiara: ha consegnato sostanza stupefacente, e quel bilancino è la prova di un’attività illecita. La legge non ha spazio per le buone intenzioni, nemmeno quando vestono i panni del pentimento. Partono le procedure e il 27enne viene arrestato.
Resta impressa, però, l’immagine di un giovane che entra in caserma non per chiedere aiuto ma per donare un pezzo della sua vita, una scelta consapevole di fermarsi prima di causare danni irreversibili.