Napoli – Una tempesta si abbatte sul Monaldi, e il cuore della città sembra battere sempre più forte in un clima di emergenza. Gli echi di un trapianto fallito si fanno strada tra i corridoi dell’ospedale, e ora le voci di chi lavora in quel reparto rivelano una realtà inquietante: tensioni interne e conflitti che minano la fiducia dei pazienti e del personale.
La testimonianza di una tecnico perfusionista, ascoltata nei giorni scorsi dalla Procura, getta luce su un ambiente che, secondo le sue parole, è definito «fortemente conflittuale». «Il clima nel nostro reparto non era dei migliori — ha dichiarato —. Negli ultimi anni circa cinquanta persone sono andate via proprio a causa della conflittualità generata dal dottor Oppido». Questi ultimi sviluppi si intrecciano con la sciagura di Domenico Caliendo, il piccolo il cui cuore, trasportato da Bolzano, non è stato salvato.
La tensione è palpabile, soprattutto dopo la diffusione del caso sui media nazionali. All’interno dell’ospedale, un’onda di agitazione ha invaso medici e infermieri. Il 10 febbraio, il momento culminante: la perfusionista racconta di essere stata convocata nello studio del primario indagato. «Mi parlò con tono minaccioso», ha riferito, descrivendo il terrore che si è impossessato di lei, «mostrando la cartella clinica e chiedendomi come fosse possibile che avesse clampato alle 14.18 quando il cuore era già fuori dall’ospedale».
«Hai visto con che gente ho a che fare?» avrebbe esclamato il medico, trasformando il suo ufficio in un’arena, mentre un gesto brusco fece risuonare il calcio dato al termosifone. Parole e gesti di frustrazione che riflettono un’autorità stridente, capace di creare paura piuttosto che collaborazione. Una scena che ha lasciato la giovane professionista «molto amareggiata».
Nei giorni successivi, la situazione non sembrava migliorare. Una collega, anch’essa nel mirino del primario, ha subito la stessa aggressione verbale. L’ansia ha avvolto il gruppo di lavoro, ormai sull’orlo di una crisi dopo anni di tensioni accumulate.
A rivelare il peso di una responsabilità che pare schiacciante, ci sono anche i colloqui precedenti all’interrogatorio della magistratura. Il 16 febbraio, il primario ha convocato l’intera équipe chirurgica, suggerendo con tono paternalistico che quanto accaduto non fosse colpa loro. Le parole si mescolano alla paura, in un’atmosfera carica di incertezze riguardo al futuro della sanità napoletana.
Ma ora, gli inquirenti hanno il compito di dipanare la matassa di responsabilità, domandandosi quale incubo si nasconda dietro a uno dei casi sanitari più delicati degli ultimi mesi. La domanda resta; quanto può reggere il delicato equilibrio di una professione che dovrebbe tutelare la vita, mentre al suo interno si consumano conflitti così cruenti? Desideriamo avere risposte, o ci arrenderemo al silenzio?