La morte di Domenico Caliendo non è solo una tragedia, ma un dramma che solleva interrogativi inquietanti sul sistema sanitario italiano. L’eco della sua vicenda risuona forte tra Napoli e Bolzano, un chiodo fisso che grava sulle spalle di chiunque sia coinvolto.
“Bisogna fare chiarezza”, ribadisce Francesco Petruzzi, legale della famiglia, scatenando una tempesta mediatica. Sul piatto c’è un’inchiesta che ha già sollevato un polverone, mettendo in discussione non solo la professionalità dei medici, ma l’intera organizzazione del trapianto che ha portato via la vita del piccolo Domenico il 21 febbraio, a due mesi dal delicato intervento eseguito all’ospedale Monaldi.
Da una parte, i legali della cardiochirurga Gabriella Farina, accusata di inefficienze, e dall’altra, la famiglia in cerca di giustizia. “Servono silenzio e rispetto”, scandisce con forza Petruzzi, contrastando le difese che, secondo lui, suonano più come una giustificazione. Per gli avvocati della Farina, l’accusa di sottovalutare le capacità dei medici del Sud è ingiusta. “Si rischia uno scontro mediatico su base territoriale”, affermano, lamentando un clima di sfiducia nei confronti delle strutture calabresi.
In ballo c’è la gestione del trapianto, e soprattutto il controverso trasporto del cuore da Bolzano, un passaggio cruciale nel quale emergono domande sul materiale refrigerante impiegato. “Non era ghiaccio tradizionale, ma ghiaccio secco, con rischi incalcolabili”, avvertono i legali della famiglia, aprendo un vaso di Pandora su possibili errori fatali.
Le dichiarazioni dei difensori riecheggiano tra le mura degli ospedali, mentre cresce la tensione. “La nostra equipe è stata denigrata ingiustamente”, si oppongono, difendendo la professionalità dei colleghi e sottolineando che ogni scelta operativa era in linea con i protocolli. Ma le accuse di disorganizzazione non si placano: difficoltà linguistiche, comunicazioni inadeguate, e una catena di errori logici che, secondo la famiglia, ha portato a un esito tragico.
In questa lotta di comunicati e battaglie legali, rimane un’ombra scura: il silenzio di quaranta giorni senza informazioni per i genitori. “Le ferite non si rimarginano, il dolore rimane vivo”, lamentano.
La Procura si muove cautamente, esplorando ogni angolo della vicenda, chiedendosi se dietro al trapianto ci siano pratiche inadeguate o veri e propri errori umani. Mentre l’opinione pubblica si divide e i social esplodono di commenti, uno è certo: la storia di Domenico ha toccato un nervo scoperto in un sistema che, troppo spesso, fa acqua da tutte le parti.
Cosa accadrà nei prossimi giorni? La ricerca della verità continuerà a sollevare polveroni. E i napoletani, già provati da troppe sofferenze, si interrogano: fino a dove si spingerà la giustizia in questa drammatica vicenda?