Ven. Gen 30th, 2026

Soldi e gioielli usati per alterare sentenze giudiziarie Il denaro influenza le decisioni della giustizia

Soldi e gioielli usati per alterare sentenze giudiziarie Il denaro influenza le decisioni della giustizia

Una risata intercettata svela un mondo di corruzione giudiziaria: “I soldi fanno venire la vista ai ciechi”. #GiustiziaTradita #InchiestaCorruzione

Immaginate una frase scivolata in una conversazione rubata, accompagnata da una risata complice che nasconde un segreto pericoloso. È dicembre 2024 quando gli investigatori della Procura di Roma intercettano quelle parole, trasformandole in un filo che tira il velo su un sistema di giustizia piegato da anni di favori e mazzette. Quel commento, apparentemente innocuo, racconta una storia umana, fatta di persone che hanno barattato l’integrità per denaro, lasciando ombre su intere comunità del sud Italia.

Tutto inizia con una scena quasi da film: l’avvocato Giuseppe Luongo che entra in casa del giudice di pace Bruno Dursio a Napoli, il 19 novembre 2024. Le telecamere nascoste catturano ogni dettaglio. Lui dice, quasi con un sospiro, “Sono venuto per togliermi questo pensiero”, mentre porge una busta gonfia di 5.000 euro – banconote da 50 e 100 avvolte in fogli A4, insieme a fotocopie di fascicoli giudiziari. Gli investigatori ascoltano il fruscio delle carte, vedono Dursio contare i soldi e infilarli in tasca, mescolando denaro e documenti come se fosse routine. È un momento che fa riflettere: come un gesto così ordinario possa corrompere i pilastri della giustizia, erodendo la fiducia di chi si affida al sistema per risolvere dispute quotidiane.

Ma non si ferma qui. Solo un mese dopo, con l’avvicinarsi di Natale, le conversazioni intercettate virano su regali e bilanci. Luongo descrive un “camion di roba” per Dursio: cesti, bottiglie, tre struffoli e due cornucopie da 70 euro l’una, per un totale di oltre 550 euro. Il giudice prova a obiettare, dicendo “Ma non state esagerando un po’?”, ma la risposta è un rassicurante “Non vi preoccupate”. Poi, arriva quella frase fatidica: “I soldi fanno venire la vista ai ciechi”. Non è solo ironia; è, per gli inquirenti, la prova di un meccanismo ben oliato, dove denaro e lussi – champagne Dom Pérignon con banconote nascoste, bracciali Cartier, borse Gucci e persino Rolex – orientano sentenze su risarcimenti assicurativi. È sconcertante pensare come questi scambi, spesso camuffati in trolley o nascosti nei cofani delle auto, trasformino la legge in un mercato, lasciando le persone comuni a chiedersi se la giustizia sia davvero cieca o solo selettiva.

Al cuore di tutto questo ci sono incidenti stradali che sembrano usciti dallo stesso stampo: pedoni investiti sulle strisce, ciclisti su tandem travolti, testimoni con nomi quasi identici e forze dell’ordine che non arrivano mai. Nulla è lasciato al caso, secondo la Procura; testimoni addestrati, referti medici manipolati e consulenze “amiche” creano un copione ripetuto. Giuseppe Luongo, ora ai domiciliari, è visto come il regista di questo spettacolo, con le sue cause al Giudice di Pace di Santa Maria Capua Vetere che sfociano quasi sempre in vittorie. Il suo legame con il giudice Rodosindo Martone, rafforzato da affari come la vendita di auto a prezzi sospetti, dipinge un quadro di complicità che va oltre il singolo caso, toccando il tessuto sociale di una regione già provata.

L’inchiesta si allarga ancora, raggiungendo i corridoi universitari: Martone e la sua compagna Elvira Merola avrebbero ottenuto favori da medici come Giuseppe e Michele D’Amico, in cambio di incarichi professionali. È un promemoria di come la corruzione possa infiltrarsi ovunque, dai tribunali alle aule accademiche, influenzando non solo sentenze, ma anche opportunità per i giovani.

Le autorità hanno risposto con misure decise: il gip di Roma ha sospeso per un anno dall’incarico i giudici Rodosindo Martone, Bruno Dursio e Maria Gaetana Fulgeri, e vietato a tre avvocati – Michele Zagaria, Vincenzo Castaldo e Michele Chirico – di esercitare la professione. Luongo è finito agli arresti domiciliari, mentre sequestri per oltre 300.000 euro mirano a recuperare i profitti illeciti. Tutti gli indagati negano le accuse, ma le intercettazioni parlano chiaro, rivelando un sistema che ha funzionato nell’ombra.

Questa storia ci porta a riflettere su quanto la corruzione possa minacciare il legame tra le istituzioni e le persone, specialmente in territori dove la giustizia è un pilastro fragile, e sottolinea l’urgenza di ricostruire quella fiducia per un futuro più equo.

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