Nel carcere di Benevento, due vite dietro le sbarre sfiorano la libertà digitale: un episodio che rivela le crepe nel sistema penitenziario italiano. #Carcere #GiustiziaItalia
Immaginate un giorno qualunque nel carcere di Benevento, dove l’aria è carica di routine e segreti nascosti. Qui, tra le mura che dovrebbero isolare dal mondo esterno, due detenuti hanno attirato l’attenzione delle autorità per aver tentato di varcare i confini digitali, portando alla luce le fragilità di un sistema che lotta per mantenere il controllo.
Tutto è iniziato con una perquisizione ordinaria condotta dagli agenti della polizia penitenziaria, un’operazione che ha svelato dispositivi di comunicazione non autorizzati, spingendo alle denunce per accesso indebito e resistenza a pubblico ufficiale. I protagonisti di questa storia sono Achraf Nejjoum, un uomo di origini marocchine ormai radicato in città, e Alfonso Pastore, originario del vivace centro di Napoli. Le loro azioni non solo hanno sfidato le regole, ma hanno anche evidenziato quanto il confine tra detenzione e mondo esterno possa essere sottile, un problema che risuona nelle comunità locali e nazionali.
Per Achraf Nejjoum, già assistito dal suo avvocato di fiducia, questo episodio si intreccia con un passato segnato da condanne definitive per spaccio di cocaina nella zona di Tor Vergata, a Roma. Eppure, la sua storia è sfaccettata: è stato assolto in altri procedimenti simili, e nel suo dossier figura anche un’evasione dagli arresti domiciliari a San Salvatore. Inizialmente condannato a otto mesi, è stato poi assolto in appello. La pena complessiva, originariamente fissata a sei anni e otto mesi, è stata ridotta a tre anni e otto mesi grazie all’applicazione delle norme sul concorso formale e sul reato continuato, un’aggiustamento che il Tribunale di Benevento ha deliberato con precisione.
Mentre Alfonso Pastore rimane una figura più riservata in questo racconto, l’intera vicenda è incardinata su una delega della Procura della Repubblica di Benevento, coordinata dal sostituto procuratore Giulio Barbato, che ha ordinato il sequestro del materiale incriminato. Questo non è solo un fatto isolato, ma un promemoria delle sfide quotidiane affrontate dal personale penitenziario, che opera in un contesto dove la riabilitazione incontra spesso ostacoli reali.
Le indagini continuano a dipanarsi, portando con sé interrogativi su come rafforzare la sicurezza e supportare chi è rinchiuso, in un equilibrio delicato tra punizione e opportunità di redenzione. Questo episodio ci ricorda che, nel cuore del nostro territorio, le storie di questi individui riflettono le complessità della società italiana nel suo complesso.
