Una lotta per la verità nella sanità campana: la richiesta di 5 anni per un noto imprenditore scuote Santa Maria Capua Vetere. #GiustiziaSalute #TragedieDimenticate
Immaginate una mattina d’inverno in un’aula di tribunale affollata, dove l’aria è carica di tensione e ricordi dolorosi: qui, a Santa Maria Capua Vetere, la Procura ha fatto eco a una ferita aperta della comunità campana. Vincenzo Schiavone, l’imprenditore dietro il rinomato Pineta Grande Hospital di Castel Volturno, si trova ora al centro di accuse che rievocano una tragedia familiare del 2014, quando Francesca Oliva, una giovane madre di 29 anni da Gricignano d’Aversa, perse la vita per una setticemia fulminante subito dopo aver dato alla luce tre gemelli.
La scena si dipana tra le mura della clinica, un luogo che per molti simboleggia cura e speranza, ma che oggi è avvolto da ombre. Secondo la requisitoria dei pm Giacomo Urbano e Gerardina Cozzolino, pronunciata con fermezza in aula, la cartella clinica di Francesca fu alterata in modo da nascondere errori fatali. È una storia che va oltre i documenti: insieme a Francesca, quel giorno se ne andarono anche due dei suoi piccoli, un maschietto e una femminuccia, lasciando viva solo la terza bambina. L’intera comunità ne fu sconvolta, un evento che ancora riecheggia nelle strade di queste città del sud, dove la sanità è un pilastro fragile della vita quotidiana.
Non è solo Schiavone a dover affrontare questa richiesta di cinque anni di reclusione; i pm hanno puntato il dito anche su tre medici accusati di complicità. Per Gabriele Vallefuoco e Giuseppe Delle Donne, si parla di 3 anni e 6 mesi ciascuno, mentre Stefano Palmieri rischia 3 anni. L’avvocato di parte civile, che rappresenta i familiari in cerca di closure da più di un decennio, ha sostenuto con forza questa linea, evidenziando come tali azioni non facciano che erodere la fiducia in chi dovrebbe proteggere la salute pubblica – una riflessione che invita a chiedersi quanto spesso le storie personali si intreccino con fallimenti sistemici.
Al cuore di questa vicenda c’è un presunto “trucco” sanitario, un tentativo goffo di riscrivere la realtà. Le indagini rivelano che nella cartella di Francesca fu aggiunta la somministrazione di un antibiotico ad ampio spettro, che non fu mai realmente iniettato, e che vennero cancellati i dettagli sul suo malessere crescente prima del collasso. È un giallo che si snoda tra procedure ospedaliere e depistaggi, un capitolo che emerge da un processo più ampio per omicidio colposo, concluso nel 2021 con l’assoluzione di 14 medici, inclusi quelli dell’ospedale di Giugliano.
In quel verdetto, presieduto dal giudice Roberta Carotenuto, emerse che gli errori principali ricadevano su un ginecologo deceduto, Sabatino Russo, sottraendolo a qualsiasi giudizio. Eppure, l’ombra del falso documentale persiste, portando ora i vertici della clinica sul banco degli imputati, mentre le posizioni di due tecnici informatici sono state stralciate per motivi procedurali. Ora, mentre la comunità attende, l’aula si prepara a riaprire il 23 febbraio per le arringhe difensive, un passo cruciale verso una sentenza che potrebbe ridare voce a chi ha sofferto.
Questa storia, intrecciata alle vite di una famiglia e di un territorio segnato da sfide sanitarie, ci ricorda quanto le battaglie per la verità possano influenzare il tessuto sociale, spingendoci a riflettere su come proteggere meglio chi si affida al sistema della salute.
