Il dramma di una vita spezzata in cella: la morte di Luca La Penna accusa il sistema carcerario. #GiustiziaNegata #CarcereSecondigliano
Immaginate le ombre lunghe del tardo pomeriggio che filtrano dalle sbarre del carcere di Secondigliano, un’istituzione immersa nel tessuto urbano di Napoli, dove le storie di reinserimento e disperazione si intrecciano ogni giorno. Qui, il 9 gennaio 2025, Luca La Penna, un uomo di 42 anni legato al clan De Luca Bossa di Ponticelli, si è accasciato nella sua cella, vittima di un malore che ha rapidamente peggiorato le sue condizioni già precarie, trasformando un momento ordinario in una tragedia che ora scuote la comunità.
Il trasferimento d’urgenza all’ospedale Cardarelli è stato un’agonia in sé: La Penna è arrivato in condizioni disperate, morendo poco dopo, mentre i familiari – supportati dall’avvocato Paolo Gallina – si interrogano sulla tempestività dei soccorsi, un aspetto che ha alimentato le indagini e le loro denunce di negligenze. La polmonite accelerata da cui era affetto, una patologia curabile se affrontata in tempo, emerge come un’amara testimonianza dalle conclusioni dell’autopsia, disposta dal pubblico ministero Giuliana Giuliano, rafforzando l’ipotesi di un’assistenza medica non adeguata.
Nelle strade di Ponticelli, un quartiere segnato da tensioni sociali e influenze criminali, questa vicenda risuona come un’eco dolorosa: La Penna, arrestato nel 2022 per il suo ruolo nella rinascita del clan Minichini-De Luca Bossa attraverso azioni violente, stava scontando una condanna con ancora tre anni da servire, un destino che ora si intreccia con interrogativi più ampi sul trattamento dei detenuti. Le due dottoresse, di 33 e 29 anni, che lo avevano in cura, si trovano ora di fronte a una richiesta di rinvio a giudizio dalla Procura, con il gip Maria Rosaria Aufieri chiamato a decidere il 20 gennaio durante l’udienza preliminare.
Questa storia, al di là dei fatti, invita a una riflessione misurata: in ambienti come Secondigliano, dove il confine tra cura e trascuratezza può essere sottile, la salute di chi è recluso non è solo una questione burocratica, ma un richiamo all’umanità condivisa. Rimane la presunzione di innocenza per le coinvolte, eppure è impossibile non percepire l’impatto emotivo su una comunità che vede nelle mura del carcere uno specchio delle sue fragilità sociali.
