I clan rivali Luongo-Covone-Aloia e Filippini intensificano la lotta per le piazze di spaccio con…

I clan rivali Luongo-Covone-Aloia e Filippini intensificano la lotta per le piazze di spaccio con…

Nel cuore dell’area vesuviana, una faida camorristica sfocia in un omicidio che scuote le strade: la storia di Ottavio Colalongo. #Camorra #FaidaVesuviana

Immaginate le vie affollate di Afragola, Acerra e Scisciano, dove la vita quotidiana si intreccia con ombre pericolose, e i clan rivali combattono una guerra invisibile per il controllo del territorio. Qui, l’omicidio di Ottavio Colalongo non è solo un fatto di cronaca, ma l’ultimo capitolo di una faida radicata da anni, che divide comunità già provate da disoccupazione e tensioni sociali. Da un lato, il clan Filippini; dall’altro, il gruppo Luongo-Covone-Aloia: due mondi contrapposti che si scontrano per il dominio su estorsioni e, soprattutto, sulle piazze di spaccio, quel mercato sotterraneo che alimenta economie parallele e dissemina paura tra i residenti.

Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, quel 17 dicembre 2025 non è stato un episodio isolato, ma un atto calcolato per ridefinire equilibri criminali e inviare un messaggio di forza. Ottavio Colalongo, un uomo con un passato segnato da precedenti penali, era visto come pilastro del clan Filippini a San Vitaliano, impegnato nella gestione di traffici illeciti. La sua scomparsa, dicono gli inquirenti, mirava a indebolire i rivali e rafforzare il predominio del gruppo opposto, in un’area dove ogni vicolo sembra sussurrare storie di potere e vendetta. È triste riflettere su come questi conflitti non facciano altro che perpetuare un ciclo di violenza, allontanando le comunità dal sogno di una vita normale.

La trappola per Colalongo fu orchestrata con precisione quasi chirurgica, un inganno banale ma efficace: un finto appuntamento per un affare di droga, che lo attirò in via Giuseppe Garibaldi a Scisciano, un punto anonimo eppure centrale. Mentre la sera calava su quelle strade, tipiche di un contesto urbano segnato da palazzi malandati e rumori di scooter, più individui lavorarono in sincronia – chi fissava l’incontro, chi gestiva la logistica, chi preparava le vie di fuga – trasformando una semplice chiamata in una condanna. Questo metodo, così meticoloso, sottolinea quanto questi gruppi siano organizzati, e fa sorgere una domanda: come possono le reti mafiose infiltrarsi così profondamente nella quotidianità delle persone?

Quando Colalongo arrivò in sella al suo scooter, venne affiancato da una moto di grossa cilindrata, una Honda Transalp, con a bordo Antonio Aloia ed Eduardo Polverino. In un istante, la scena si trasformò in un dramma: lui cadde, e i colpi di pistola partirono, colpendolo in parti vitali. Non si fermarono lì; anche a terra, efferatamente, infierirono sparando al volto, un gesto brutale che trasforma un omicidio in un avvertimento per l’intera comunità. In quel momento, tra il frastuono e il silenzio che segue, si percepisce l’impatto profondo su chi vive lì: famiglie che serrano le porte, commercianti che temono per la sicurezza, e un territorio che paga il prezzo di equilibri invisibili.

Le indagini hanno poi svelato dettagli grazie alle telecamere di videosorveglianza, che hanno catturato l’accaduto come in un film al rallentatore. I killer, nella fretta della fuga, lasciarono dietro di sé la moto, l’arma, un marsupio e un telefono, errori che, uniti a intercettazioni telefoniche e analisi di celle, hanno permesso di ricostruire tutto. Figure come Ciro Guardasole, già sotto osservazione, emergono in questo mosaico, collegando conversazioni passate a un quadro più ampio. È notevole come questi passi falsi rivelino la fragilità di organizzazioni che, per quanto potenti, non sono infallibili, offrendo una piccola speranza per la giustizia.

Alla base, c’è una catena di comando ben definita: Nicola Luongo e Antonio Covone come mandanti, Antonio Aloia ed Eduardo Polverino come esecutori, circondati da una rete di supporto che includeva chi procurava la moto, chi forniva abbigliamento o fungeva da staffetta. Si tratta di un’organizzazione armata, capace di pianificare un delitto in mezzo a una città viva, con un’arsenale pronto e una strategia che evoca il metodo mafioso. La Direzione Distrettuale Antimafia contesta proprio questa aggravante, sottolineando come l’atto fosse premeditato e plateale, per intimidire e affermare il controllo sul territorio.

Alla fine, l’omicidio di Colalongo appare come un segnale nella faida, un monito per chiunque osi sfidare il clan dominante nelle piazze di spaccio dell’area vesuviana. Riflettendo su questo, ci si chiede quanto ancora queste storie di violenza debbano segnare il destino di luoghi come questi, dove la lotta per il potere offusca le aspirazioni delle persone comuni.

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