Gragnano, una città avvolta dall’ombra di un clan familiare: come i Monti Lattari hanno nutrito un impero di droga #Gragnano #Antimafia
Nelle pittoresche strade di Gragnano, ai piedi dei verdi Monti Lattari, una storia di ordinaria illegalità ha preso forma, trasformando un borgo campano in un centro nevralgico dello spaccio. Immaginate famiglie che passeggiano tra le vie antiche, ignare o forse rassegnate, mentre una rete criminale tesseva la sua tela invisibile, rifornendosi direttamente dalle piantagioni locali per alimentare un mercato sotterraneo che alimentava le dipendenze di un’intera regione.
È qui che emerge il ritratto di un’organizzazione familiare, capeggiata da figure come Rossano Apicella, che ha orchestrato un traffico incessante di cocaina, hashish e quella marijuana locale, nota per la sua qualità superiore, soprannominata “paesana”. Questa non è solo cronaca, ma un riflesso di come il tessuto sociale di una comunità possa essere eroso dall’interno, con il clan che operava come un ingranaggio ben oliato, persino dal carcere grazie a un telefono cellulare per impartire ordini.
Alla base di tutto, c’era la casa di via Volte, un’abitazione comune che si era trasformata in un quartier generale pulsante: da lì partivano le direttive per vendite e consegne, orchestrate dalla moglie Rosaria Vitiello e dai figli, che avevano assunto ruoli chiave in questa struttura familiare. Le indagini dei carabinieri e della Direzione Distrettuale Antimafia hanno svelato centinaia di episodi, inclusi servizi a domicilio, che sottolineano quanto questo mercato fosse radicato, un promemoria doloroso di come la droga possa diventare parte integrante della vita quotidiana di un territorio.
Tra i metodi più crudeli e ingegnosi, spicca Il “lancio dal balcone” e la piazza di Nassiriya, una tecnica semplice yet efficace che simboleggiava l’audacia del clan: dosi calate direttamente ai clienti dalle finestre o scambiate apertamente in una piazzetta dedicata ai caduti, trasformata in un mercato a cielo aperto. Questi dettagli non fanno solo notizia; invitano a riflettere su come luoghi di memoria e comunità possano essere distorti, diventando epicentri di un ciclo di dipendenza che avvelena il tessuto urbano.
L’impatto sui più giovani e il legame con la violenza
Uno degli aspetti più inquietanti, emerso con chiarezza durante il processo, è l’utilizzo spregiudicato di minorenni come pusher, reclutati con minacce e trasformati in “soldatini” dello spaccio. Questi giovani, costretti a rischiare tutto per il clan, rappresentano un’ombra lunga sul futuro di Gragnano, dove l’innocenza è sacrificata sull’altare del profitto illecito. È una realtà che, senza esagerazioni, ci spinge a considerare come tali reti criminali non solo distribuiscano sostanze, ma erodano le speranze di una generazione intera.
Il quadro si complica ulteriormente con la condanna di Salvatore Pio Pennino, un ventiquattrenne già recluso per l’omicidio di Nicholas Di Martino, un diciassettenne accoltellato nel 2020. Questa connessione tra spaccio e violenza non è casuale; rafforza l’idea di un ecosistema di illegalità che avvolge la provincia di Napoli, dove un delitto si intreccia con il traffico, lasciando ferite profonde nella comunità.
Alla fine, la sentenza del gup Nicoletta Campanaro ha inflitto 83 anni di carcere a nove imputati, con pene severe per i vertici: oltre vent’anni per Rossano Apicella e quattordici per Rosaria Vitiello, mentre i figli e gli affiliati hanno ricevuto condanne commisurate al loro ruolo in questa associazione a delinquere. Queste misure, benché necessarie, servono a ricordare come il contrasto alla criminalità sia un passo verso la guarigione di un territorio segnato, dove ogni famiglia colpita è un monito per tutti noi.
In fondo, storie come questa di Gragnano non si limitano a elencare fatti; ci invitano a ponderare il costo umano di tali dinamiche, spingendo la società a interrogarsi su come proteggere le proprie radici da chi le sfrutta per il male, in un ciclo che speriamo possa essere interrotto per il bene della comunità.
