Ven. Gen 30th, 2026

Fondazione critica nel Caso Vassallo: Chiede fine alle manovre statali su Angelo

Fondazione critica nel Caso Vassallo: Chiede fine alle manovre statali su Angelo

La caccia alla verità per Angelo Vassallo si arena ancora nei labirinti della giustizia, un colpo al cuore di una comunità che non dimentica. #GiustiziaRitardata #AngeloVassallo

Immaginate una piccola comunità affacciata sul mare della Campania, dove un sindaco onesto come Angelo Vassallo ha dedicato la vita a proteggere il suo territorio, solo per essere strappato via da un omicidio brutale nel 2010. Oggi, quindici anni dopo, la ricerca della verità si ritrova bloccata in un’aula di tribunale a Salerno, dove l’ennesima udienza preliminare – la quarta, per l’esattezza – si è dissolta in un rinvio al 27 marzo. Non è solo un ritardo burocratico: al centro c’è la sostituzione dell’avvocato di uno degli imputati, Lazzaro Cioffi, che ha attivato l’articolo 108 del codice di procedura penale, un meccanismo tecnicamente corretto ma che sa di strategia per allungare i tempi.

Per la Fondazione Angelo Vassallo, impegnata a tenere viva questa battaglia, si tratta dell’ennesima “manfrina” per guadagnare tempo, un gioco che sfiora il cinismo e lascia una ferita aperta nelle famiglie che attendono closure. Dario Vassallo, presidente della Fondazione, non nasconde la frustrazione: in un mondo ideale, la difesa dovrebbe essere un diritto sacrosanto, ma qui sembra trasformarsi in un’arma per procrastinare. «Non cerchiamo scorciatoie», dichiara con forza, «ma non possiamo accettare che il diritto di difesa diventi uno strumento per rinviare indefinitamente un processo così cruciale». È una critica sottile, eppure potente, che fa eco alle paure di chi vede il sistema giudiziario come un labirinto che si chiude su se stesso, magari per spingere tutto verso l’estate e sottrarre ossigeno a una causa che merita risposte.

Al cuore di questa storia non ci sono solo gli imputati, tra cui ufficiali dell’Arma come il colonnello Cagnazzo; c’è un attacco più ampio a un intero sistema. Dario Vassallo lo spiega con parole che pesano come macigni: «Questo non è un processo per depistaggio, è un processo per concorso in omicidio con metodo mafioso», afferma, sottolineando come si stia giudicando non solo individui, ma «un sistema che per quindici anni ha lasciato solo un sindaco onesto e che oggi rischia di farlo morire una seconda volta». È un richiamo empatico al territorio, a quelle comunità campane che si sentono tradite da istituzioni destinate a proteggerle, ma che invece diventano parte del problema, con accuse di fallimenti e connivenze che toccano il profondo.

Massimo Vassallo, vicepresidente della Fondazione, trasforma questo dolore in un appello universale: «Dopo 15 anni, l’udienza preliminare è ancora ferma. È un’umiliazione per la nostra famiglia e un insulto ai cittadini che credono nello Stato di diritto». Eppure, tra l’amarezza, emerge una nota di speranza – la fiducia incrollabile nella Procura e nel Pubblico Ministero, che potrebbero ancora fare la differenza con prove solide e un impegno autentico. Questa attesa prolungata non è solo una questione legale; è un riflesso di come la giustizia tocchi le vite reali, ritardando non solo un verdetto, ma la guarigione di un’intera regione.

Mentre la Fondazione continua a battersi per evitare che la verità resti intrappolata in tattiche processuali, ci si chiede se un simile ritardo non sia un monito per tutti noi: in un paese dove la legge dovrebbe essere un faro, storie come quella di Angelo Vassallo ricordano quanto sia fragile quel lume, e quanto sia urgente ravvivarlo per il bene di ogni comunità.

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