Ven. Gen 30th, 2026

Ex provveditore imputato per violenze in carcere: Sostiene perquisizione legittima

Ex provveditore imputato per violenze in carcere: Sostiene perquisizione legittima

Le tensioni del lockdown scoprono gli abissi delle carceri italiane: un ex dirigente si difende dalle accuse di violenza. #GiustiziaInCarceri #DirittiUmani

Immaginate una mattina di aprile 2020, quando le carceri italiane ribollivano di rabbia e paura a causa del lockdown per il Covid-19. Rivolte scoppiavano ovunque, lasciando le autorità con una scelta difficile: agire per ripristinare l’ordine o rischiare il caos totale. Proprio in quel contesto, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, un intervento che avrebbe dovuto essere routine si trasformò in un turbine di accuse, portando l’ex provveditore dell’amministrazione penitenziaria in Campania, Antonio Fullone, a difendersi in aula.

Fullone, di fronte al collegio giudicante, ha dipinto l’operazione come un passo essenziale per la sicurezza dell’istituto, specialmente nel reparto Nilo, dove centinaia di detenuti erano stati coinvolti in controlli che, purtroppo, degenerarono in pestaggi e abusi. Lui insiste che non si trattava di una punizione collettiva, bensì di una misura preventiva contro le rivolte che minacciavano l’equilibrio precario di quelle mura. Eppure, oggi, Fullone è imputato per reati gravi: perquisizione illegittima, depistaggio, falso e rivelazione di segreto d’ufficio, accuse che evidenziano quanto una decisione in un momento di crisi possa avere conseguenze durature.

L’intervento vide centinaia di agenti di polizia penitenziaria, alcuni arrivati da altri carceri della Campania, coordinati da un gruppo centrale e guidati da un funzionario anch’egli sotto processo. Fullone ha dichiarato di non sapere che alcuni di loro fossero equipaggiati con caschi, scudi e manganelli, ammettendo di aver visto per la prima volta le immagini delle violenze solo mesi dopo, quando la Procura gliele mostrò. Questa sua versione, però, ha lasciato perplessi i presenti: già nei giorni successivi all’accaduto, denunce dal garante dei detenuti e incontri con i familiari dei reclusi avevano diffuso l’eco di quanto era successo, come sottolineato dal presidente del collegio.

I pubblici ministeri non hanno esitato a contestare, ricordando come l’aria fosse già carica di voci su possibili abusi, un dettaglio che Fullone ha respinto, affermando di non aver chiesto spiegazioni ai suoi collaboratori. Invece, si è limitato a intervenire pubblicamente per chiarire che si trattava solo di una perquisizione volta a sequestrare oggetti pericolosi, ribadendo di non aver chiesto chiarimenti ai suoi collaboratori e di essere intervenuto con dichiarazioni pubbliche solo per smentire la ricostruzione di una spedizione punitiva, e insistendo sul fatto che era una necessità per mantenere l’ordine.

Questa storia, nata dalle ombre del lockdown, ci ricorda quanto sia fragile il confine tra protezione e violazione nei luoghi dove la società nasconde i suoi conflitti, invitando a riflettere su come le scelte di pochi possano toccare la vita di molti.

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