Nel cuore di Napoli, il legame padre-figlio che alimenta la mafia: un arresto per estorsione mette in crisi un clan. #MafiaNapoli #ClanRea
Immaginate un figlio che eredita non solo il cognome, ma un retaggio di potere e paura, intrappolato in un mondo di ombre e ordini sussurrati dal carcere. È questa la storia di Antonio Laurato, un 33enne di Casalnuovo di Napoli, che lunedì mattina si troverà faccia a faccia con il giudice durante l’interrogatorio di garanzia, nel carcere di Secondigliano. Arrestato per estorsione aggravata dal metodo mafioso e per aver agevolato il clan Rea-Veneruso, Laurato è al centro di un’indagine che rivela i meccanismi nascosti di un’organizzazione criminale radicata nel territorio.
Al vertice di tutto c’è Francesco Rea, soprannominato “O Pagliesco”, il boss che dal carcere orchestrava le operazioni come un burattinaio invisibile. Secondo le ricostruzioni degli investigatori, Laurato non è un semplice complice: è il figlio naturale del boss, nato da una relazione extraconiugale, e il suo legame diretto con il mondo esterno. Attraverso un “telefono-pirata”, uno strumento rudimentale ma efficace per sfuggire ai controlli, Rea impartiva ordini precisi a suo figlio, trasformando conversazioni familiari in piani per estorsioni.
Queste direttive si traducevano in un’anonima catena di comando: Laurato le trasmetteva ad altri membri del clan, sparsi nei comuni di Casalnuovo, Volla e dintorni, dove imprenditori locali vivevano sotto costante minaccia. Immaginate la paura di questi uomini e donne, costretti a versare denaro per continuare a lavorare, in un ciclo di vessazioni che non solo arricchiva le casse del clan, ma rafforzava il loro controllo sull’area a nord-est di Napoli. È un racconto che rispecchia le storie di tante comunità, dove la mafia non è solo crimine, ma una presenza opprimente che intacca la vita quotidiana.
Ora, con Laurato che si affida alla difesa del suo avvocato per affrontare questo cruciale interrogatorio al Tribunale di Napoli, l’inchiesta mira a smantellare i vertici del clan Rea-Veneruso, da tempo dominante in quella parte della provincia. Questo caso non fa che sottolineare quanto il legame tra criminalità e territorio resti una ferita aperta per la società, invitando a riflettere su come proteggere le vite ordinarie da tali influenze.
