Infermeria in crisi: nei penitenziari di Napoli, la lotta per la salute dei detenuti è un’emergenza quotidiana. #SanitàCarceraria #Napoli
Immaginate di camminare nei corridoi affollati e umidi di Poggioreale o Secondigliano, dove l’eco delle voci e il frastuono della vita quotidiana celano una realtà sempre più precaria: quella della salute dei detenuti, minacciata da una carenza cronica di medici e specialisti. Qui, un solo dottore spesso deve coprire più padiglioni, mentre reparti una volta all’avanguardia rimangono sbarrati, lasciando i pazienti in un limbo di incertezze.
A rompere il silenzio è Samuele Ciambriello, il Garante campano dei detenuti, che con una nota urgente al Direttore Generale della ASL Napoli 1 solleva un allarme che va oltre le mura: “sacrificio del diritto alla salute“, come lo definisce, un tradimento di quel principio costituzionale che dovrebbe proteggere tutti, anche chi è recluso. È un grido che riecheggia nelle strade di Napoli, una città già provata da disuguaglianze sociali, e che ricorda come la fragilità del sistema penitenziario rifletta le crepe più ampie della sanità pubblica.
Al centro di questa crisi c’è il paradossale caso del centro dialisi di Poggioreale, un tempo un’eccellenza nella sanità carceraria, ora chiuso da mesi. Questa paralisi non è solo un vuoto terapeutico per chi dipende da queste cure, ma genera un vortice di complicazioni: trasferimenti frequenti negli ospedali cittadini, tre o quattro volte a settimana per ciascun detenuto, con scorte di fino a quattro agenti di Polizia Penitenziaria. Oltre ai costi economici, cresce il rischio per la sicurezza, e Ciambriello insiste: “Diagnostica e attività clinica devono procedere insieme”, ammonendo contro la possibile chiusura del laboratorio di analisi interno, vitale per i sessanta pazienti in attesa. In questo contesto urbano, dove la Napoli vibrante si scontra con l’isolamento carcerario, si avverte l’impatto umano, una stanchezza che pesa sulla comunità intera, ricordandoci che ogni rinvio è una privazione di dignità.
Una carenza che affonda le radici
La situazione si aggrava con corsie spesso deserte e l’assenza di specialisti essenziali, come cardiologi e ortopedici, mentre il servizio di radiologia procede a intermittenza. Medici reclutati per le carceri vengono trasferiti altrove, lasciando un solo professionista a gestire più settori contemporaneamente. Non aiuta l’assenza, da settembre, di un coordinatore infermieristico, che dovrebbe sovrintendere alla distribuzione delle terapie – un compito che, troppo spesso, slitta oltre gli orari previsti, esponendo i detenuti a rischi evitabili. È una lotta quotidiana che sottolinea quanto il contesto sociale napoletano, con le sue sfide di sovrappopolazione e risorse limitate, amplifichi queste vulnerabilità, invitando a una riflessione: come possiamo permettere che il benessere di alcuni dipenda da scelte sistemiche?
Ma è il fronte della salute mentale a toccare le corde più profonde. Nei weekend, quando le carceri napoletane sembrano sprofondare in un isolamento ancora più opprimente, mancano gli psicologi della ASL. “Proprio nei giorni più difficili mancano le figure che effettuano i colloqui con i nuovi giunti e attuano le strategie di prevenzione del suicidio”, spiega Ciambriello, evidenziando un pericolo che potrebbe portare a conseguenze irreversibili. Richieste urgenti, come l’avvio di interventi di chirurgia ambulatoriale e la ripresa della fisioterapia, emergono come passi necessari in un ambiente dove il disagio fisico e psichico continua a crescere, spesso nel silenzio di istituzioni sovraccariche.
Alla fine, mentre i detenuti attendono risposte che potrebbero restituire un po’ di equilibrio a questa routine spezzata, è chiaro che la vera sfida è per l’intera comunità: garantire che la salute non sia un lusso, ma un diritto che unisce tutti, dentro e fuori dalle mura di Napoli.
