Ven. Gen 16th, 2026

Antonio Buono condivide la sua esperienza con Mimì in Gomorra – Le origini

Antonio Buono condivide la sua esperienza con Mimì in Gomorra – Le origini

Da Napoli agli schermi di “Gomorra”: il giovane talento Antonio Buono conquista il suo ruolo da sogno #GomorraLeOrigini #TalentoNapoletano #CinemaItaliano

Immaginate una Napoli degli anni ’70, con le sue strade affollate di voci, sogni e ombre, dove un giovane attore di vent’anni si trova catapultato in un mondo che mescola realtà e finzione. Antonio Buono, nato nel ’92 nel cuore di quella città vibrante, ha dato vita a Mimì, un affiliato del clan Villa, in “Gomorra – Le origini”, un prequel che ha catturato l’attenzione del pubblico con la sua ambientazione cruda e affascinante. Questa serie, diretta da Marco D’Amore e Francesco Ghiaccio e lanciata su Sky e Now a gennaio, esplora l’ascesa di don Pietro Savastano, immergendosi nelle dinamiche di una Napoli che ancora oggi risuona nelle storie delle sue comunità, ricordandoci quanto il passato influenzi il presente.

Nella frenesia di un casting che ha segnato l’inizio di un’avventura indimenticabile, Antonio era ancora uno studente di accademia, con il cuore pieno di ambizioni. Ricorda quel momento come un turbine di emozioni, dove l’incertezza si mescolava all’eccitazione. “Ero ancora studente in accademia quando sono stato convocato per partecipare al casting di Gomorra- Le Origini. In quell’occasione ho conosciuto anche Alessia Foraggio, assistente casting di Davide Zurolo. Premetto che Davide, Alessia ed Egidio Giordano hanno fatto un lavoro fenomenale: senza di loro, io non sarei qui a raccontare tutto ciò – ha spiegato – Davide mi disse di presentarmi davanti alla camera e mi chiese di recitare un monologo in napoletano. In un certo senso fu una sorpresa, perché nessuno sapeva che bisognava recitare un brano, tutti pensavano che fosse solo una video presentazione ma io che sono maniacale sullo studio, mi ero fortunatamente preparato due monologhi, uno in italiano e uno in dialetto napoletano. A quanto pare, andai bene perché, dopo un mese fui chiamato ad un call back e da quel momento è iniziato il mio percorso di provini. Da luglio fino a dicembre 2024 ho fatto 7/8 provini.” Quel periodo, intenso e carico di attesa, ha rivelato la resilienza di un giovane cresciuto in un contesto urbano dove ogni opportunità conta, sottolineando come la dedizione possa trasformare un’audizione in un trampolino per la carriera.

Sul set, l’atmosfera era un mix di tensione e cameratismo, con Antonio che si tuffava in un lavoro introspettivo per dare forma a Mimì, un personaggio distante dal suo mondo personale. Immaginate le lunghe sessioni di prove, i dibattiti con i registi che lo guidavano attraverso ogni gesto, ogni emozione. È qui che emergeva l’impatto umano della storia: una Napoli segnata da storie di criminalità che, anche nei costumi meticolosamente ricreati, evocavano un’epoca di contrasti sociali. “Il mio personaggio ha richiesto tanta preparazione e tanto lavoro introspettivo. Tanto lavoro nel laboratorio con Marco D’Amore, ma anche tanto lavoro al di fuori. Mi sono fatto tante domande sul perché di ogni gesto, di ogni comportamento, di ogni azione di Mimì: io studio molto e per me era una scoperta continua, ho riletto la sceneggiatura tantissime volte per far sì che trovassi la giusta via e chiaramente Marco è stato determinante in questo mio percorso. Quando interpreti un personaggio del genere le difficoltà sono tante, soprattutto quando il tuo personaggio, nelle scene compie azioni e comportamenti che non ti appartengono per niente. Mimì è l’opposto di Antonio, in comune probabilmente hanno soltanto il lato buono, il lato umano. Marco D’Amore e Francesco Ghiaccio per me rappresentano tante cose, li stimo immensamente, non sono solo i miei maestri, ma sono soprattutto degli amici, mi hanno insegnato tanto, mi sento davvero fortunato ad aver avuto il privilegio di lavorare insieme a due menti così brillanti. Il lavoro che abbiamo fatto è stato lungo, intenso e faticoso, ma è proprio grazie a loro che tutto è stato naturale. Mi hanno accompagnato in questo viaggio e mi hanno dato la possibilità di conoscere delle persone stupende, tra troupe e cast. I miei colleghi sono diventati i miei più grandi amici, lavorare con tutte queste persone è stata la gioia più grande che potesse capitarmi. Insieme a Francesco Pellegrino, Ciro Burzo, Luigi Cardone e Renato Russo ho vissuto un’esperienza divina e continuano a far parte della mia vita, ringraziando il cielo. Luca Lubrano, Mattia Cozzolino, Junior Rodriguez, Antonio Del Duca e Antonio Incalza sono i fratelli minori che non ho mai avuto, sul set portavano una gioia immensa, oltre ad essere attori giovanissimi con un talento fuori dal comune. Anna, Noemi, Onorina, Fabiola, Tullia, Carmen, sono delle attrici e persone straordinarie.” Queste parole non solo raccontano un’esperienza professionale, ma evidenziano come il set possa diventare una seconda famiglia, riflettendo sull’importanza di legami autentici in un’industria spesso competitiva.

Tra i dettagli che hanno reso la serie così immersiva, i costumi hanno giocato un ruolo chiave, trasportando Antonio in un’era che non ha mai vissuto. “Trovo che abbiano svolto un lavoro impeccabile. Il reparto costumi, come tutti i reparti, è stato super attento ad ogni minimo particolare. E quei costumi erano talmente magnetici che bastava indossarli per sentirsi in un’altra epoca.” Eppure, immergersi in quel contesto criminale degli anni ’70 non è stato solo affascinante, ma anche un confronto con realtà dolorose. In un momento di riflessione, Antonio ha condiviso come questa esperienza lo abbia reso più consapevole delle dinamiche sociali della sua Napoli, dove storie di camorra continuano a influenzare le vite quotidiane. “Immergermi negli anni 70 è stato magico per me, sono anni che ovviamente non ho vissuto e grazie a “Gomorra – Le Origini” ho potuto respirare in quel tempo – ha dichiarato – Mi sono documentato tanto prima di arrivare al mio primo giorno di set, avevo bisogno di studiare il comportamento, il modo di vivere, il modo in cui parlava la gente. Ho letto tanto e visto tanti documentari su quel periodo storico. Entrare in un contesto criminale però è stato molto complesso. Noi sentiamo tante storie attraverso la televisione, internet e i social sulla criminalità ma la realtà è molto più articolata. Questa esperienza mi ha dato modo di vedere con i miei occhi che purtroppo ci sono persone che agiscono in quel modo e che fanno quel tipo di vita veramente e io che sono sensibile e sento tutto con intensità provo un grande dispiacere. Fa veramente male al cuore.” È un richiamo gentile alla comunità, un invito a riflettere su come queste storie tocchino il tessuto sociale, con un’emozione che resta sobria ma palpabile.

Da qui, il messaggio di Antonio si allarga, offrendo una lezione universale: “La vita è un dono meraviglioso, non sprecatela! Si può sempre scegliere, scegliete il bene. C’è bisogno di amore a questo mondo, soprattutto in questi tempi un po’ bui.” La sua storia, segnata da trasferimenti all’estero e una determinazione incrollabile, ci ricorda che i sogni richiedono perseveranza, specialmente in contesti urbani dove le sfide sono all’ordine del giorno. “Ho compreso che non bisogna fermarsi mai, bisogna studiare in continuazione per essere sempre all’altezza, restare sempre con i piedi per terra, ma sognando in grande. Essere resilienti, perseveranti e sognanti risulta essere la chiave vincente, soprattutto nei periodi più cupi della propria vita, in cui le esigenze pratiche chiamano ed i sogni sembrano lontani ed irrealizzabili.” E per i giovani aspiranti attori, il suo consiglio è semplice e carico di speranza: “Sognate, sognate in grande! Bisogna credere in se stessi perché niente è impossibile. Siamo tutti fatti di carne, sangue ed ossa.”

Guardando al futuro, Antonio non si ferma, con ambizioni che vanno oltre i confini italiani. “Il mio sogno è di riuscire a lavorare oltreoceano, sto studiando inglese proprio per questo e spero di arrivarci un giorno. Come dice sempre mio padre, il mondo è fatto una pietra alla volta. Sicuramente lavorare con Nolan o magari Tarantino per me sarebbe un sogno da cui non vorrei essere svegliato per niente al mondo – ed ha concluso – Mi attirano i personaggi con caratteristiche psicologiche complesse, ruoli che mi permettono di uscire da me stesso, esplorando nuovi mondi interiori.” La sua vicenda non è solo un racconto di successo, ma un invito a considerare come le storie personali, radicate in un territorio vivo come Napoli, possano ispirare cambiamenti e sogni condivisi.

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